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La possibile pena ridotta non blocca l’arresto

La riforma della custodia cautelare, approvata giusto un anno fa, non impedisce al giudice di applicare la misura degli arresti in carcere anche sotto i limiti della pena prevedibile per la fattispecie al suo esame.
La Terza penale della Corte di cassazione (sentenza 32702/15, depositata in cancelleria ieri) torna sul tema delle “manette preventive” per delimitare gli effetti dell’intervento legislativo dell’11 agosto scorso (legge 117/14) e per lasciare alla discrezionalità del magistrato la valutazione della necessità di ricorrere, nonostante tutto, alla custodia cautelare in carcere.
Il ricorso era stato innescato da un giovane marocchino, indagato per detenzione a fini di spaccio di circa 30 chilogrammi di hascisc. Il Gip di Venezia, prima, e il tribunale del Riesame poi avevano respinto la sua richiesta di applicare la riforma del 2014, richiesta fondata sulle circostanze che, tra la piena confessione dell’arrestato e la valutazione corretta dell’aggravante (non esistente, secondo la difesa, stante il basso principio attivo nella sostanza sequestrata) la pena irrogabile non avrebbe verosimilmente raggiunto i limiti previsti dal nuovo articolo 275 del codice di procedura penale (3 anni), imponendo così l’adozione di una misura alternativa al carcere.
La Corte, però, si è pienamente distanziata da questa interpretazione, avallando invece quello che è divenuto così il giudicato interno delle due decisioni di merito. «Il giudice – scrive il relatore nel principio di diritto contestualmente formulato – può prescindere dai limiti di applicabilità della custodia cautelare in carcere (…) come introdotti dall’articolo 8 c.1 del dl 92/14 convertito nella legge 117/2014 quando, ai sensi dell’articolo 275 c.3 del codice di procedura penale, prima parte, ritenga comunque inadeguata ogni misura cautelare meno afflittiva a soddisfare le esigenze cautelari». In sostanza, la Suprema Corte rimette la valutazione con criterio discrezionale al magistrato procedente, mediante un giudizio peraltro non sindacabile in sede di legittimità se non per violazione di legge.
Nel caso specifico, tra l’altro, l’indagato aveva reiterato il reato di spaccio mentre si trovava in custodia cautelare (ma ai domiciliari) per un altro procedimento, aggiungendovi, peraltro, un’ulteriore accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Nel dispositivo dell’ordinanza previgente all’indagato era consentito allontanarsi dal domicilio solo per motivi di lavoro, e l’abuso di tale “semilibertà”, secondo i giudici di merito, dava abbondante prova «della concreta inidoneità di ogni misura meno afflittiva di quella più grave a contenere il pericolo di reiterazione del reato».
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