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La Popolare di Vicenza era sotto la lente Bankitalia già dal 2001

Bankitalia vedeva e sapeva da oltre un decennio, anche se poi ai rapporti ispettivi non sono seguite segnalazioni in procura. I bilanci della Banca popolare di Vicenza erano nel mirino della Banca d’Italia già dal 2001: all’interno di un rapporto datato 27 febbraio – 5 luglio si evidenzia che il valore delle azioni non era congruente con il patrimonio e le attività. «Le modalità di determinazione annuale da parte del Consiglio del prezzo di emissione e di rimborso delle azioni sociali, fissato per l’esercizio 2001, non sono ispirate a criteri di oggettività, ma esprimono il risultato di un compromesso di valutazioni dei singoli consiglieri».
Viene criticata anche l’azione di controllo interno: «Non sufficientemente incisiva è risultata l’azione del collegio sindacale». Alla fine dell’ispezione, il 5 luglio 2001, gli ispettori scrivono che «il cda, tenuto conto del numero dei soci, 18mila negli ultimi 3 anni, ha deliberato la necessità, anche per gestirne il consenso, di dare adeguata remunerazione all’investimento, sia sotto il profilo della distribuzione degli utili sia con la crescita del valore delle azioni. Tale politica ha conseguito lo scopo desiderato, tenuto conto dell’elevato numero di richieste di sottoscrizione in sospeso (pari a 470 miliardi di lire). Il titolo è trattato al terzo mercato, con quantitativi giornalieri di ci circa 7-8mila pezzi ad un prezzo oscillante intorno a 49 euro che esprime un multiplo di 1,66 sul valore aritmetico del patrimonio».
Il consenso, a Vicenza, veniva gestito in questo modo, secondo Bankitalia: «Fatta eccezione per l’avvocato Gianfranco Rigon – vicepresidente fino al ’99 e in seguito in totale contrapposizione al cavaliere Zonin – che interviene con frequenza nel dibattito e che ha votato contro alcune scelte compiute negli ultimi anni, non emerge dalle verbalizzazioni l’esistenza di una reale dialettica all’interno del consesso, caratterizzato altresì da uno scarso ricambio».
Gli ispettori cercano di tracciare anche le motivazioni storiche della staticità della situazione: «Il consiglio continua a essere espresso pressoché integralmente dalla zona storica del vicentino: mentre la banca ha registrato una rilevante crescita territoriale, dal maggio ’96 nel consiglio vi sono stati due soli avvicendamenti». Il giudizio evidentemente severo della Banca d’Italia non ha però portato subito dopo ad attività di indagine. Negli anni le “forzature” su titolo e gestione sarebbero evidentemente proseguite, come sostiene la procura di Vicenza, che in questo momento sta prendendo in esame le attività dal 2012 al 2014.
Gli indagati al momento sono 6, per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, ma potrebbero esserci sviluppi. Prima di tutto le indagini riguardano le figure apicali, il presidente Giovanni Zonin, difeso da Enrico Mario Ambrosetti, e l’ex dg Samuele Sorato, difeso dall’avvocato Fabio Pinelli. Poi ci sono due membri del cda, Giovanna Maria Dossena e Giuseppe Zigliotto, e altri due ex manager, Andrea Piazzetta e Emanuele Giustini.
Le indagini per ora si sono concentrate sui crediti deteriorati non inseriti nella voce delle sofferenze e sui presunti finanziamenti concessi per l’acquisto di azioni: due condizioni che avrebbero camuffato, secondo gli inquirenti, il reale stato patrimoniale della banca. Ci sarebbero anche lettere, a favore di alcuni soci, con l’impegno da parte della Popolare di riacquistare le loro azioni per un importo di 300 milioni di euro, nel quadro di un più ampio aumento di capitale per 974 milioni. Tuttavia l’inchiesta potrebbe ampliarsi, concentrandosi anche su nuovi elementi, come i fondi lussemburghesi o i reali creditori della banca.
Intanto è in corso anche un contenzioso di carattere giuslavoristico al tribunale di Vicenza, mosso proprio dai tre manager che si sono allontanati alla banca mesi fa e che ora risultano indagati: Sorato, Giustini e Piazzetta. Anche questa vicenda potrebbe avere sviluppi.

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