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La «politica» non ha diritto alle indennità Covid

La «politica» non ha diritto alle indennità Covid. Parlamentari, consiglieri regionali e soggetti con mandati elettorali o incarichi politici, infatti, percepiscono trattamenti che sono incompatibili con l’indennità 600/1.000 euro introdotta per aiutare i lavoratori con perdite economiche per lo stop attività nel periodo d’emergenza (partite Iva, professionisti, lavoratori autonomi ecc.). Non solo; c’è pure che risultano iscritti a forme di previdenza obbligatorie, altra situazione che esclude il diritto all’indennità. Lo precisa l’ufficio legislativo del ministero del lavoro in un parere inviato all’Inps, che l’aveva richiesto il 24 settembre scorso, dopo la bufera scatenata dalla notizia della percezione del bonus da parte di deputati e di oltre duemila tra assessori regionali, consiglieri, sindaci e governatori.

È un aiuto. L’indennità Covid (600 euro mensili, poi elevati a 1.000) è un beneficio il cui fine è mitigare gli effetti economici negativi causati dal Covid, ai soggetti che hanno subìto un fermo o una forte contrazione dell’attività lavorativa. Sulla base di questo principio sono stati individuati i casi di incompatibilità, cioè di non spettanza dell’indennità, tra cui la percezione di pensioni, di Ape sociale o di reddito di cittadinanza, oltreché la titolarità di un rapporto di lavoro dipendente in corso.

Non manca reddito. Gli amministratori locali, regionali e parlamentari percepiscono un compenso che è assimilato, ex lege, all’indennità di funzione. Pertanto, avendo natura indennitaria, spiega il parere, quel compenso è incompatibile con il riconoscimento di ulteriori indennità, quale l’indennità Covid. In secondo luogo, l’attività esercitata, anche se non configura un rapporto di lavoro in senso tecnico, comporta il diritto a indennità, gettoni e altri compensi che, dal punto di vista fiscale, sono assimilati al reddito di lavoro dipendente. Ne deriva, precisa il ministero, che, in questi casi, non solo non c’è assoluta assenza di «qualsiasi forma di sostentamento» (cosa che, invece, presuppone la ratio della norma che prevede l’indennità Covid); ma, inoltre, si verifica il caso della percezione di redditi assimilati a quello di lavoro dipendente che è caso escludente il diritto all’indennità Covid (al pari del caso del professionista che percepisca una retribuzione quale dipendente).

Non manca la previdenza. Alla stessa conclusione d’incompatibilità, spiega il parere, si giunge anche tenendo conto della situazione previdenziale dei soggetti in questione. In via di principio, l’indennità Covid non spetta a chi risulta iscritto a una forma di previdenza obbligatoria diversa e ulteriore rispetto a quella di appartenenza e di riferimento dell’attività che ha subìto il fermo o la forte contrazione per il Covid. Deputati e senatori sono iscritti a proprie casse di previdenza di Camera e Senato, mentre i consiglieri regionali godono di tutela pensionistica delle singole regioni. Nel passato, ricorda il ministero, si riteneva che i vitalizi erogati ai titolari di cariche elettive non avessero natura previdenziale (pensionistica). Oggi le cose stanno al contrario: dopo le riforme introdotte da Camera e Senato nel 2018 e dai consigli regionali nel 2019, i vitalizi sono assimilati alle gestioni pensionistiche obbligatorie. Ne consegue, quindi, il verificarsi di un’ulteriore ipotesi di esclusione del diritto all’indennità Covid, cioè la presenza dell’iscrizione a una forma di previdenza obbligatoria.

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