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La pirateria non sarà mai debellata

di Diego Gabutti

Pirateria. Storia della proprietà intellettuale da Gutenberg a Google d'Adrian Johns (Bollati Boringhieri, pp. 720, 39,00) non è soltanto il racconto delle guerre culturali che dal cinquecento a oggi si sono combattute senza sosta intorno alla natura e al destino dei prodotti dell'ingegno umano. È anche una finestra di Magritte spalancata sulla natura sostanziale del mondo.

«Pirateria», la pratica sociale che da secoli diffonde informazione e cultura in tutte le direzioni, senza lacrime per gli altrui diritti di proprietà, è prima di tutto una visione del mondo, che si è evoluta attraverso i secoli. Un tempo, prima di Internet, tutto sembrava più chiaro: i pirati, violando il copyright, miravano ad arricchirsi sfruttando il lavoro altrui. Erano i tempi in cui i libri appena usciti in Francia o in Inghilterra erano già usciti in edizione pirata dalle tipografie di Dublino e New York (nessuna legge proteggeva gli autori, ed era un guaio, tuttavia è solo grazie alle edizioni pirata, a basso costo, che il consumo di cultura si è diffuso in tutte le classi sociali, comprese quelle più disagiate, aprendo così un enorme mercato alle opere intellettuali, fino ad allora confinate nel ghetto delle edizioni di lusso, soltanto per pochi). Erano i tempi dei primi fonografi, quando ancora non era riconosciuto alcun diritto ai musicisti in merito alle registrazioni dei loro spettacoli. Oggi è tutto cambiato. Oggi film e canzonette vengono diffusi e scaricati gratuitamente: chi li mette a disposizione del prossimo, perdendoci del tempo e senza risparmiare la fatica, non lo fa per interesse ma perché pensa di contribuire così a migliorare il mondo, proprio come il guru di WikiLeaks, Julian Assange, quando mette in mutande la diplomazia americana pubblicando su Internet milioni di documenti riservati e le agenzie segrete di mezzo mondo si mordono le mani per la rabbia. Non è più, come un tempo, un semplice e tranquillo reato contro il patrimonio, fondato sul vantaggio nudo e crudo. È un fenomeno sociologico e un atto politico.

Ci siamo già arrivati altre volte nel corso dei secoli, come documenta la storia della pirateria che Adrian Johns illustra nei dettagli con vasta scienza e piglio romanzesco, e adesso ci siamo di nuovo. Come mettere d'accordo i diritti degli autori con l'esercizio della pirateria e con le tecnologie che la rendono possibile (tecnologie continuamente rinnovate, dal torchio per la stampa su su fino ai file «torrent» per scaricare fim e canzonette da Internet)? Vedremo presto. Ma una cosa la sappiamo fin d'ora, non fosse che perché è già successa molte altre volte: è impossibile, nonché inammissibile, che il mondo rinunci, in odio alla pirateria, agl'incessanti mutamenti di paradigma culturale che proprio la pirateria produce (un film hollywoodiano scaricato a Milano o New York forse è solo un film rubato, come sostengono gli uffici legali della mayor, ma scaricato in qualche remota regione dell'Asia centrale, oppure in Africa, a Cuba, a Teheran, è a sua volta un atto politico, talvolta un atto rivoluzionario). Non si tratta solo di decidere a chi realmente appartengono le opere d'ingegno: se all'autore d'ogni singola opera o all'umanità nel suo complesso (e ci sono buone ragioni per sostenere entrambe le tesi). Si tratta di capire qual è, in definitiva, lo scopo di un'opera d'ingegno.

Serve a cambiare il mondo, e per sua natura vuole dunque essere condivisa il più largamente possibile, come un tempo le opere degli illuministi («senza pirateria, niente illuminismo», scrive Johns) e oggi le canzonette, i blockbuster, gli ebook, oppure è «soltanto una merce», tipo una merendina, come direbbero con una smorfietta i marxisti, se ancora ne fosse rimasto qualcuno in giro?

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