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La perizia all’esame-Consulta

Sarà la Consulta a stabilire quale è la giusta pena da applicare a chi offre denaro al consulente tecnico del pubblico ministero nel tentativo di ottenere una consulenza falsa. La decisione di passare la palla alla Corte costituzionale è stata presa dalle Sezioni unite (ordinanza 43384 depositata ieri) chiamate in causa a loro volta dalla sesta sezione della Cassazione.
Il rinvio si imponeva per chiarire se sia possibile ipotizzare il reato di intralcio alla giustizia, previsto dall’articolo 377 del Codice penale «nel caso di offerta o di promessa di denaro o altre utilità al consulente tecnico del pubblico ministero al fine di influire sul contenuto della consulenza, qualora il consulente tecnico non sia stato ancora citato per essere sentito sul contenuto della consulenza». I lumi del Supremo collegio servivano a decidere la causa che vedeva coinvolti un ispettore dell’Enac, due soci di una compagnia aerea (uno dei quali era il legale rappresentante) coinvolta in un incidente per la caduta di un aereo a Linate e un avvocato. Il tentativo di corruzione era indirizzato al consulente tecnico nominato dal Pm al quale era stato prospettato un grosso guadagno in cambio di una consulenza “bonaria”. Offerta che il consulente aveva solo finto di accettare.
L’impresa, per la quale alla fine è stato chiesto l’intervento delle sezioni unite, è stata quella di capire quale fosse il reato da contestare vista la particolare natura del perito del Pm. Gli imputati sono stati condannati nei vari gradi di giudizio per corruzione in atti giudiziari, istigazione alla corruzione e intralcio alla giustizia.
Il nodo sta nella natura di testimone o meno del perito nominato dal Pm che potrebbe portare a rilasciare quelle dichiarazioni false davanti all’autorità giudiziaria che fanno scattare il reato di intralcio alla giustizia. Secondo le sezioni unite in linea teorica la veste di testimone c’è. Questa viene, infatti, assunta in qualche modo con il ruolo processuale che consegue alla nomina del Pm. Non c’è dubbio poi che il consulente in questione, in quanto pubblico ufficiale, ha un dovere di obiettività e non può esimersi dal dire la verità. Sotto questo aspetto dunque è astrattamente configurabile il reato di intralcio alla giustizia perché con la condotta contestata si cercava di influire sul contenuto del “rapporto” da fare al Pm.
A rendere però impossibile l’applicazione dell’articolo 377 nel caso specifico, è la natura della consulenza basata su conoscenze scientifiche che non possono essere sindacate. L’opinione tecnica espressa in virtù del proprio bagaglio di conoscenze non può essere pesata con il metro del vero o falso, e chi la afferma non può essere chiamato a rispondere del reato di falsa testimonianza.
Le Sezioni unite hanno dunque imboccato la via dell’istigazione alla corruzione, prevista dall’articolo 322 del Codice penale, che fa però scattare una pena più severa di quella prevista dall’articolo 377 che regola il reato di intralcio alla giustizia nella quale rientra la stessa condotta nei confronti del perito di parte. Nella prima ipotesi la pena va da un anno e quattro mesi a tre anni e quattro mesi, mentre nella seconda è prevista la reclusione da otto mesi a tre anni. Secondo le sezioni unite l’articolo 322 comma 2 del Codice penale entra in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione perché mette in atto una disparità di trattamento, in situazioni uguali.

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