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La perdita obbliga alla riliquidazione sull’anno accertato

di Maurizio Tozzi 

Liti pendenti, le perdite obbligano alla riliquidazione delle dichiarazioni dell'anno accertato. Per le persone fisiche rilevano deduzioni, detrazioni e scaglioni. Cambia il valore della lite ed il relativo costo: anche quelle di importo non superiore a 2.000 euro possono perdere il costo forfetario di 150 euro. Tutto dipende dalle scelte del contribuente.

Il meccanismo di definizione delle liti pendenti per effetto della legge 111/2011 richiede il pagamento di importi stabiliti in percentuale del valore della lite e nello specifico del 10% se nel frattempo è sopraggiunto un esito del contenzioso positivo per il contribuente, ovvero del 50% in caso di giudicato pro fisco o ancora del 30% in assenza di sentenze. Le percentuali del 10 e del 50% devono essere utilizzate anche nelle ipotesi di giudicato parziale, dovendo rapportare le stesse in maniera proporzionale a quanto stabilito dai giudici. Per le liti di valore non superiore a 2.000 euro, invece, è dovuto l'importo fisso di 150 euro a prescindere dallo stato del contenzioso. Se però la lite riguarda un'annualità in cui è stata rettificata una perdita dichiarata, al contribuente si pongono diversi interrogativi circa le modalità con cui definirla e l'esatta determinazione del relativo costo, in quanto deve prima decidere se può e vuole affrancare la perdita e poi effettuare i calcoli necessari.

I chiarimenti del passato sono univoci nell'affermare che il contribuente deve anzitutto calcolare le imposte virtuali collegate alla perdita, applicando le aliquote vigenti nell'anno dell'accertamento. Nell'attuale definizione, però, non può essere sottovalutato un aspetto e cioè che dato il valore massimo delle liti ammesse alla procedura (di importo non superiore a 20 mila euro), saranno sicuramente prevalenti le ipotesi di sanatoria ad opera di persone fisiche, laddove oltre alle aliquote vigenti un peso decisivo è anche rappresentato dagli scaglioni impositivi e dai meccanismi di determinazione delle imposte, tenendo conto del mondo delle deduzioni, delle detrazioni e dei carichi di famiglia: il tutto, peraltro, senza dimenticare che in alcune annualità si è avuta anche l'applicazione della c.d. clausola di salvaguardia, ossia la possibilità di utilizzare la modalità impositiva degli anni precedenti qualora quella prevista per l'anno da dichiarare (come nell'ipotesi dell'avvento della no tax area e della no tax family), fosse risultata peggiorativa. Al che si ritiene che non si possa prescindere da una riliquidazione della dichiarazione dell'anno accertato, considerando per intero la perdita quale maggiore imponibile e verificando le relative imposte virtuali. Ciò in quanto è noto che in presenza di rettifica di una perdita mediante recupero di maggiori ricavi, le imposte in contestazione attengono, solitamente, alla sola IVA o in parte all'Irap, salvo che non si determini addirittura un maggiore imponibile: pertanto, tali liti hanno come imposte effettive, in base alle quali determinare l'iniziale valore di riferimento, solo quelle accertate. A fronte di situazioni simili il contribuente deve prima verificare cosa accade al valore della lite e se la stessa è ancora definibile e come. Infatti, il calcolo delle imposte virtuali potrebbe riservare sorprese in diverse direzioni:

1) Esclusione della possibilità di affrancamento. Se le imposte virtuali, unite a quelle già presenti nell'accertamento, superano il plafond di 20 mila euro, al soggetto interessato non resta che poter definire solo le imposte accertate, non potendo “liberare” la perdita;

2) Possibilità di affrancamento. Sul punto è bene sottolineare che anche perdite elevate potrebbero essere tali da non determinare Irpef eccessiva. Si pensi a situazioni in cui erano presenti carichi di famiglia, contributi versati e altri oneri deducibili e detraibili non fruiti. Ebbene, una volta rideterminato il reddito e calcolate le deduzioni e le detrazioni, le imposte “contestabili” (ossia le virtuali) potrebbero risultare non elevate, con relativa permanenza nel limite delle liti definibili. In tale direzione, peraltro, si ritiene sia rilevante anche l'applicazione della clausola di salvaguardia, in quanto l'imposta virtuale deve essere esattamente pari a quella accertabile in capo al contribuente. Una volta determinata l'imposta virtuale, la stessa si somma alle imposte accertate e poi l'importo complessivo dovrà essere rapportato alle percentuali previste dalla legge per la definizione, in funzione dello stato del contenzioso;

3) Mutamento del costo della definizione. L'ultima ipotesi potrebbe aversi nei casi in cui le imposte virtuali rendono la lite di valore superiore a 2.000 euro. Si pensi ad un accertamento della sola IVA per un importo di 1.000 euro, con rettifica di una perdita a cui sono collegabili imposte virtuali pari a 2.200 euro. In tal caso, la lite assume un valore di 3.200 euro con necessità di applicare le percentuali previste dall'articolo 16 della legge 289/02, evenienza magari conveniente se sussiste un giudicato positivo (infatti si pagherebbero 320 euro in luogo di 150 euro, di fatto pagando solo 170 euro in più per definire le ulteriori 2.200 euro di imposte virtuali, con una percentuale inferiore del 10%, pari al 7,73%), oppure negativa in caso di giudicato contrario o assenza di sentenza (infatti, sull'importo di 1.000 euro di IVA, in luogo di 150 euro, si sarebbe costretti a pagare 300 o addirittura 500 euro). Resta ferma in tale ipotesi, comunque, la possibilità di decidere di non affrancare la perdita, definendo esclusivamente la lite IVA mediante il pagamento dell'importo fisso di 150 euro.

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