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La pensione prima col prestito fa perdere il 37% a chi ha 62 anni

Usare o no l’Ape, l’anticipo della pensione legato ad un prestito? Per la classe dei nati nel 1954 non è solo questione di vita: lavorare 3 anni e 7 mesi in meno dal 2017. Ma anche di portafoglio: rinunciare al 37% della pensione, per sempre. Sapendo pure che un buon 40% di quella rinuncia e dunque del minore assegno andrà a ripagare banche e assicurazioni per la possibilità che gli offrono di anticipare la pensione a 63 anni. Opportunità o penalizzazione? Dipende.
«L’Ape volontaria, per sua definizione, non conviene a nessuno», ragiona Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari Previdenziali, sottosegretario al Lavoro dal 2001 al 2005. «La decurtazione della pensione futura, gravata anche dal costo di banche e assicurazioni, è di molto superiore alla penalizzazione a suo tempo pensata da Cesare Damiano e calcolata nel 2% l’anno, da noi poi corretta nel 3,2% per tenere conto del minore coefficiente di trasformazione, cioè del fatto che prendi per più anni la pensione, ma ne prendi meno. Con l’Ape il costo è doppio». Il sottosegretario Tommaso Nannicini, dai microfoni di Radio Anch’io, ieri assicurava un costo dell’Ape volontaria (non coperta dal bonus fiscale) «più basso di quello che circola del 6% per ogni anno anticipato, anche se significativo, proprio perché l’Ape è stata pensata per le categorie in difficoltà». A metà settembre su Raitre, Nannicini diceva però che «tre anni di anticipo costeranno dai 150 a 200 euro al mese su una pensione di 1.000», dunque tra il 15-20%.
Alla classe 1954 va anche peggio. Le simulazioni di Progetica su tre pensioni – da 1.600 euro lordi al mese, 2.500 e 3.500 – mostrano perdite di oltre un terzo. Per quattro motivi: i minori contributi versati, il coefficiente di trasformazione più basso, gli interessi bancari, il premio assicurativo. Fattori potenziati dal lungo intervallo temporale di anticipo pensionistico, il massimo ottenibile dalla classe ’54 con l’Ape: 3 anni e 7 mesi. «Le incognite sono molte per dare un giudizio, soprattutto ancora non sappiamo come funzionerà il meccanismo bancario-assicurativo», riflette Giuliano Cazzola, esperto di previdenza. «L’Ape volontaria certo è costosa e non per tutti. Ma anche esentasse. Diciamo che conviene a chi non resta disoccupato, perché magari conta su un contratto di collaborazione una volta uscito in anticipo, a chi non ha problemi familiari e alle pensioni medio-alte. Dopodiché la vera operazione del governo è sull’Ape sociale e su quella aziendale».
Nell’intesa governo-sindacati di mercoledì la proposta dell’esecutivo di fissare in 1.300 euro lordi la soglia fino alla quale l’Ape (sociale) è gratuita, per le sole categorie di lavoratori svantaggiati, è stata rifiutata dai sindacati, perché ritenuta troppo bassa. E questo è un punto chiave dell’operazione Ape che da sola vale un quarto del pacchetto previdenziale da 2 miliardi. Il lavoratore classe ’54 intanto fa i suoi calcoli. Senza l’Ape andrebbe in pensione a 66 anni e 7 mesi con quasi 1.300 euro netti. Uscendo a 63 anni, prenderebbe 1.134 euro per 3 anni e 7 mesi. Dopo, la sua pensione crollerebbe a 811 euro, dovendo pagare la rata per vent’anni (dunque per sempre visto che la durata media residua di vita è 19 anni, secondo l’Istat). Così facendo, rinuncerebbe a 66 mila euro. Conviene? A lui la scelta.
Valentina Conte

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