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La Pec dà una seconda chance

La Posta elettronica certificata (Pec) è ormai parte integrante della quotidianità lavorativa di ognuno ed ancor più lo è per l’avvocato anche e soprattutto alla luce del processo telematico, quindi recenti pronunce della cassazione, una delle quali ha riguardato anche il delicato e complesso ambito del processo penale, fanno luce su un aspetto che risulta essere fondamentale per l’esercizio della professione legale.

Se si sbaglia indirizzo di Posta elettronica certificata la notifica non è inesistente

Nella nostra prima pronuncia si afferma che l’avvenuta consegna di un atto presso la cancelleria, anziché all’indirizzo di posta elettronica indicato nell’atto di costituzione, non comporta l’inesistenza della notifica.

A ribadirlo sono stati i giudici della VI – 1 sezione civile della Corte di cassazione con l’ordinanza n. 18694 dello scorso 27 luglio.

Secondo i giudici di piazza Cavour tale indirizzo deve considerarsi vigente per effetto di una recente pronuncia, con cui le Sezioni Unite hanno dichiarato non necessario il requisito del collegamento tra il luogo in cui è stata effettuata e il destinatario, attribuendo invece rilievo alla sussistenza degli elementi strutturali idonei a rendere riconoscibile l’atto come notificazione. È stato così affermato che, «in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, l’inesistenza della notificazione è configurabile, oltre che nel caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui non ricorrano a) l’attività di trasmissione svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilità giuridica di compiere detta attività, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato, b) la fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento (in virtù dei quali, cioè, la stessa debba comunque considerarsi ex lege eseguita).

Ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale ricade invece nella categoria della nullità, sanabile, con efficacia ex tunc, o per raggiungimento dello scopo, a seguito della costituzione della parte intimata (anche se compiuta al solo fine di eccepire la nullità), o in conseguenza della rinnovazione della notificazione, effettuata spontaneamente dalla parte stessa oppure su ordine del giudice ai sensi dell’art. 291 cod. proc. civ. (cfr. Cass., S.u., 20/7/2016, n. 14916; v. anche Cass., sez. VI, 27/01/17, n. 2174)».

Pertanto nel caso specifico sottoposto all’attenzione degli Ermellini, alla stregua di tale principio, non meritava censura la sentenza impugnata, nella parte in cui aveva escluso che l’effettuazione presso la cancelleria, anziché presso l’indirizzo di posta elettronica certificata del procuratore costituito nel giudizio di primo grado, comportasse l’inesistenza della notificazione dell’atto di appello, e quindi l’inammissibilità dell’impugnazione.

Se un primo invio di notifica via posta elettronica certificata non va a buon fine, si può riprovare

Nel caso, poi, in cui un primo invio di notifica tramite posta elettronica certificata non dovesse andare a buon fine, si potrà riproporre la notifica a distanza di pochi giorni «entro dunque il tempo pari alla metà dei termini di cui all’art. 325 c.p.c.» così conservando gli effetti collegati alla notifica originaria.

È quanto stabilito dalla Corte di cassazione sempre con ordinanza (sez. VI Civile – T, ordinanza n. 20381/17; depositata il 24 agosto).

Il thema decidendum sottoposto all’attenzione della Cassazione vedeva che l’Agenzia delle entrate ricorrente ha effettuato una prima notifica, a mezzo posta elettronica certificata, entro il termine di legge per impugnare, che, malgrado «ricevuta di avvenuti: consegna», è stata effettuata, a causa di disfunzioni verificatesi sul server, in forma incompleta, in quanto il file allegato, contenente il ricorso per cassazione, era «non leggibile» (come riconosciuto da entrambe le parti); la ricorrente ha quindi effettuato una seconda notifica» sempre a mezzo posta elettronica certificata, questa del tutte regolare e completa.

Vi è stata dunque una doppia notifica e la prima, tempestiva, deve ritenersi «meramente tentata ma non compiuta, cioè, in definitiva, omessa» (cfr. Cass. S.u. 14916/2016).

La ricorrente, appreso l’esito negativo della notifica del ricorso, ad essa non imputabile, in quanto dipendente da disfunzione dei sistema generale di notifica degli atti a mezzo posta elettronica certificata utilizzato dall’Avvocatura generale dello stato, si è immediatamente attivata, senza attendere un provvedimento giudiziale che autorizzasse rinnovazione, in ossequio al principio di ragionevole durata de processo (Cass. 5974/2017), riprendendo il procedimento notificatorio e completandolo, a distanza di pochi giorni dalla prima tentata notifica, entro dunque il tempo pari alla metà dei termini cui all’art. 325 c.p.c., fissato dalle Sezioni unite nella sentenza n. 14594/2016, così conservando gli effetti collegati ella notifica originaria.

La Posta elettronica certificata e il particolare caso del processo penale

E, infine, una sentenza sempre della Cassazione (sez. IV Penale, sentenza n. 34895/17; dello scorso 18 luglio) sul tema della posta elettronica certificata ha riguardato il particolare ambito del processo penale. I giudici di piazza Cavour hanno ribadito che l’utilizzo della posta elettronica certificata è stato consentito, a partire dal 15/12/2014, solo per le notificazioni per via telematica da parte delle cancellerie nei procedimenti penali a persona diversa dall’imputato – a norma dell’art. 148 c.p.p., comma 2-bis, artt. 149 e 150 c.p.p., e art. 151 c.p.p., comma 2 (legge n. 228 del 2012, art. 1 comma 19; decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, art. 16, commi 9 e 10). Si è dunque ribadito che le modalità di presentazione e di spedizione dell’impugnazione, disciplinate dall’art. 583 cod. proc. pen., sono tassative ed inderogabili e nessuna norma prevede la trasmissione mediante l’uso della posta elettronica certificata, consentita solo nei limiti sopra indicati.

Nella sentenza in commento il thema decidendum vedeva che con decreto penale di condanna emesso dal gip presso il Tribunale, Tizio veniva condannato alla pena di ammenda per il reato previsto e punito dall’art. 186, comma 2 lett. b) e comma 2-sexies Codice della Strada; avverso tale decreto veniva proposta opposizione con contestuale richiesta di applicazione della pena e di sostituzione della pena stessa con lavori di pubblica utilità. Il gip emetteva provvedimento del seguente tenore, apposto in calce all’impugnazione: «Il giudice dichiara inammissibile l’opposizione non essendo consentito nel processo penale alle parti private effettuare comunicazioni e notificazioni mediante l’utilizzo della Posta elettronica certificata (Pec) (Cass. Sez. I, n. 18135/2015). Si comunichi».

Avverso tale decisione propone ricorso in Cassazione a mezzo del difensore di fiducia Tizio richiamando il disposto dell’art. 48, comma 2 del decreto legislativo n. 82 del 2005 che equipara ad ogni effetto di legge la trasmissione del documento per via telematica, ai sensi del comma 1 dello stesso art. 48 alla notificazione a mezzo posta, salvo che la legge disponga diversamente.

È stata presentata memoria integrativa in cui viene ampiamente richiamato a sostegno della proposta impugnazione l’excursus normativo in materia.

Angelo Costa

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