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La paura di un governo Corbyn salva di un soffio la debole May

Si ricomincia da capo. L’ennesimo ” giorno della marmotta”. Theresa May è sopravvissuta ancora una volta. Dopo la disfatta di martedì sera quando è andata sotto di 230 voti sul suo accordo Brexit ( ormai defunto), ieri ha superato la mozione di sfiducia contro il suo governo presentata dal nemico Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista che ha evocato zombie e frankenstein descrivendo il progetto di uscita dall’Ue della premier. 325 a 306: i brexiters ribelli del suo partito e i decisivi unionisti nordirlandesi del Dup che le fanno da stampella in Parlamento hanno deciso di non staccare la spina al governo May soltanto perché temono l’arrivo del “comunista” Corbyn a Downing Street. Un sollievo che durerà poco. La Brexit è ancora più nel caos e May sa che la sua carriera politica è in un vicolo quasi cieco.
Non a caso l’austera premier ha concesso due piccole, ma inedite aperture. La prima a una possibile estensione della scadenza del 29 marzo ( oltre la quale c’è lo strapiombo del ” No Deal”, nessun accordo), per la quale l’Unione Europea spinge sempre di più ma a determinate condizioni. La seconda a un dialogo con le opposizioni su una nuova bozza di accordo sulla Brexit. Invito consegnato persino a Corbyn: «Sono pronta a discuterne sin da stasera » , ha annunciato la premier conscia che, a causa di un emendamento ” serpente” del collega conservatore Grieve, ora ha tempo solo fino a lunedì per presentare un piano B. Impossibile: avrà un pugno di mosche in mano. Corbyn ha risposto che si siederà al tavolo se May cestinerà apertamente l’ipotesi No Deal, cioè la leva che la premier ha utilizzato ogni giorno per il suo minaccioso aut- aut (” o il mio piano, o il precipizio”). I due leader partono dunque da posizioni totalmente opposte: Corbyn vuole l’unione doganale permanente, May la esecra. Insomma, molto probabilmente sarà l’ennesimo flop. E anche all’interno del suo stesso partito Tory un nuovo compromesso in così poco tempo sarà altamente improbabile.
Per questo May sta cedendo all’idea che l’unico modo per restare in sella è prolungare l’agonia e chiedere il rinvio della scadenza fatidica del 29 marzo, che lei sinora ha sempre considerato irrinunciabile. Ma ormai bisogna restare a galla. Il problema è che la scialuppa di salvataggio dell’Ue ha condizioni granitiche, come un nuovo piano credibile da parte di Londra e la centralità assoluta del famigerato backstop irlandese, che ha frantumato il partito conservatore di May. La sensazione è che ognuno stia provocando l’altro, costringendolo a cedere: ma potrebbe essere un gioco al massacro, per tutti. La situazione è così paradossale che quando martedì May è stata umiliata in Parlamento, subito dopo la sterlina è salita, Goldman Sachs parlava di scenari positivi e anche le borse poi sono andate bene. Il motivo è uno solo: alcuni investitori pensano che la Brexit potrebbe anche non accadere più, a questo punto. Sarebbe il finale perfetto di quello che somiglia sempre più a un teatro dell’assurdo.

Antonello Guerrera

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