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La partita multipla di Bolloré (in salita)

Florange è una cittadina in Mosella, al confine con la Germania, di 10 mila abitanti, molti dei quali fino al 2012 lavoravano nell’industria siderurgica e quindi nello stabilimento del gruppo indiano ArcelorMittal. Nonostante le promesse del miliardario Lakshmi Mittal e anche del candidato e futuro presidente François Hollande, la fabbrica è stata chiusa e Florange è diventata il simbolo della deindustrializzazione della Francia e di un capitalismo che si dedica più alla speculazione finanziaria che alla produzione.

Nei mesi successivi il Parlamento francese ha varato la «legge Florange», così chiamata in omaggio a quella vicenda, che prevede l’attribuzione del doppio dei diritti di voto agli azionisti presenti da almeno due anni nella proprietà dell’azienda. Il senso è privilegiare un azionariato stabile e orientato al lungo termine, e uno dei maggiori beneficiari di quella legge sarà probabilmente Vincent Bolloré, che detiene il controllo del colosso Vivendi con il 15% delle azioni ma l’anno prossimo potrà appellarsi alla legge Florange per superare il 26% dei diritti di voto senza spendere un euro in più.

Le difficoltàUna circostanza particolarmente benvenuta nel momento in cui l’imprenditore bretone si trova in grande difficoltà nella sua strategia di costruire una «Netflix europea», la piattaforma di contenuti che nei suoi sogni dovrebbe fare concorrenza ai grandi servizi americani. Nei giorni scorsi si è parlato di un ritorno sulla scena di Jean-Marie Messier, oggi banchiere con Erik Maris nella «Messier Maris & Associés». Messier starebbe lavorando a un affare che prevede l’ingresso del primo operatore telefonico francese Orange nel capitale della pay tv Canal Plus, filiale in perdita di Vivendi, che cederebbe in cambio azioni di Telecom Italia. L’operazione è stata smentita dalle parti coinvolte, ma le voci sui contatti continuano.

Il riaffacciarsi di Jean-Marie Messier nelle vicende Vivendi è affascinante perché «J2M» ha avuto un peso decisivo nelle vicende del gruppo. Nel 1994 Messier, ex giovanissimo collaboratore del ministro Edouard Balladour ed ex banchiere d’affari presso Lazard, diventa direttore della Compagnie générale des eaux che ribattezzerà ben presto Vivendi. È l’inizio di un’avventura che porta Messier a trionfare anche in America con l’acquisizione di Universal e a teorizzare la «convergenza»: la stessa azienda deve possedere le canalizzazioni per l’acqua e l’acqua, i cavi per la tv e il web e i programmi televisivi e i contenuti. Una strategia che fallirà per colpa, secondo i detrattori, della megalomania del capo.

Uomo con il gusto della provocazione — «l’eccezione culturale francese è morta», disse in videoconferenza da New York —, felice di farsi fotografare da Paris Match sulla pista di pattinaggio di Central Park, Messier puntò a creare il primo gruppo di media al mondo, davanti a AOL-Time-Warner e a News Corp, ma osò troppo. Nell’estate 2002 fu costretto a lasciare Vivendi dopo avere perso oltre 13 miliardi di euro e avere accumulato debiti per 10 miliardi. Il suo nemico, Claude Bébéar, sotterrò l’era della megalomania e della convergenza tra infrastrutture e contenuti.

Neppure 15 anni dopo, Vivendi è in mano a un Vincent Bolloré che sembra ricominciare a partire dall’intuizione di Messier. «La mia visione era giusta — ha detto Messier al Figaro —, ma avere ragione troppo presto può significare avere torto. Quel che mi interessa è l’avvenire».

A differenza di Messier, Bolloré sembra volere agire con maggiore oculatezza. Vi è costretto dai numeri, che lo vedono in una situazione più complicata del previsto.

Il gruppo Bolloré ha diffuso giovedì scorso i risultati semestrali che indicano una perdita degli utili della holding del 27%. Un risultato sul quale pesa sicuramente la branca logistica e trasporto, che resta la più importante del gruppo.

Ma ha inciso anche la «campagna d’Italia», per esempio l’importante svalutazione pari a 1,3 miliardi sulla quota del 25% detenuta in Telecom Italia, anche se secondo una nota di Vivendi «non sussiste una perdita durevole di valore delle azioni ordinarie Telecom Italia».

Tutti gli affariC’è poi il problema Canal Plus, che vede crollare il numero degli abbonati in Francia e ha annunciato un piano di riduzione di costi di 300 milioni di euro, con l’obiettivo di raggiungere il break even nel 2018. Canal Plus «è salvabile e sarà salvata», dice Bolloré, ma c’è chi dubita. È in contatto con Iliad, la società madre dell’operatore di telecomunicazioni Free di Xavier Niel, per studiare nuove offerte, e continuano i colloqui con Orange per mettere a punto una nuova offerta che comprenda più contenuti di Canal Plus entro la fine dell’anno.

Il portafoglio di Vivendi resta diversificato e ricco come piaceva a Messier e adesso a Bolloré: Dailymotion, Groupe Canal+, Universal Music, Digitick, Wengo, See Tickets, Watchever, Radionomy Group, Gameloft. Nei prossimi mesi il gruppo è chiamato a realizzare l’obiettivo di una Netflix europea, e potrebbe godere di un diverso clima politico. Oggi in Francia (ma anche in Italia) i leader sembrano diffidare di Bolloré, definito dal presidente François Hollande «un pirata» (nel libro di Antonin André e Karim Rissouli).

Per non perdere troppo tempo, rischiando magari di essere sconfitto nella causa per due miliardi intentata dalla famiglia Berlusconi, Bolloré potrebbe cercare un accordo su Mediaset Premium. L’anno prossimo, arriveranno i doppi voti della legge Florange a dargli un po’ di respiro.

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