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La partita incrociata fra rete e riforma dell’Opa

«Se le cose stanno realmente così allora il problema si stempera: visto che Telefonica non vuole salire sopra il 15% la riforma dell’Opa non sarebbe contro un’azienda. Però non credo che le cose stiano esattamente così. Permettetemi però di avere qualche dubbio». Il viceministro allo Sviluppo economico, Antonio Catricalà, apre a una possibile riforma dell’Opa dopo l’intervista al Sole 24 Ore del numero uno di Telefonica, Cesar Alierta.
Ma la posizione espressa da Catricalà – che ieri nel corso di un convegno organizzato da Slc Cgil su Telecom e Poste ha nuovamente richiamato alla necessità di puntare sullo scorporo («il momento di farlo è questo, oggi ne abbiamo bisogno»), in contrasto con quanto affermato dallo stesso numero uno di Telefonica («basta l’equivalence of input») – è più che altro un’apertura teorica. Perché di fondo a dominare è lo scetticismo.
Che prevale innanzitutto tra le file del sindacato, che incontrerà il 19 l’ad Marco Patuano. «Alierta rassicura di giorno mentre di notte vende Telecom Argentina» ha detto il segretario nazionale Slc Cgil, Michele Azzola, spiegando la ricetta proposta dal sindacato: «Un vero aumento di capitale per 1 miliardo riservato agli investitori istituzionali, tutti, e poi la sottoscrizione di contingent convertibles da parte dello Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti oppure Poste italiane per circa 4 miliardi di euro».
Di «nessuna rassicurazione» ha parlato anche il presidente della commissione Industria del Senato e primo firmatario della proposta di modifica della legge sull’Opa, Massimo Mucchetti: «Alierta fa il suo gioco ma gli stakeholder dovrebbero leggere i testi e sapere che contano i fatti», ha chiosato, criticando pesantemente il numero uno di Telefonica in merito alla cessione delle attività in Argentina: «Aveva detto che non era un problema non venderla. E questo poche ore prima che fosse venduta a un prezzo vile che grida vendetta».
Una ragione di più insomma per proseguire sulla strada della riforma dell’Opa che trova fra i supporter il segretario della Cgil Susanna Camusso («Non passi il 2013 senza fare la legge sull’Opa; dopo sarebbe inutile per la condizione che ne ha determinato l’urgenza») e il presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini: «Se adottata tempestivamente, può indurre a desistere chi pensa di comandare senza investire», anche se «non risolve il problema della ricerca dei capitali “pazienti” necessari per le reti di nuova generazione».
Gli investimenti sono anche il punto di partenza del ragionamento di Vito Gamberale, amministratore delegato di F2i che, precisando di «parlare a titolo personale», si è rivolto al Governo, che «non può girarsi dall’altra parte». Esprimendo «scetticismo» nei confronti dell’azionista spagnolo, Gamberale ha invece lodato Fossati che «è stato l’unico a metterci i soldi di tasca sua, 1,5 miliardi». Non c’è «nessuna sponsorizzazione» del piano Fossati, ha tenuto a precisare l’ad di F2i, spingendosi però a dire che se per Telecom Italia «servisse un rientro nel pubblico, ben venga». A ogni modo «in Italia ci sono capitali istituzionali pronti e lo so perché ci ho parlato. Sono interessati a Telecom». Nel dettaglio si tratterebbe di «numerose casse previdenziali con patrimoni di diversi miliardi che sono interessati a investimenti con garanzia di crescita nel tempo».

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