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La partita dei fondi strutturali dopo il 2020

Nessuna regione italiana può esultare. I dati Eurostat sulla ricchezza regionale in termini di Pil procapite a parità di potere d’acquisto restituiscono l’immagine di un Paese in lento ma inesorabile declino, che si allontana dalle aree più ricche e più dinamiche dell’Unione. Il quadro è ancora più desolante al Sud. In base ai dati delle ultime quattro rilevazioni di Eurostat, dal 2012 al 2015, tutte le regioni italiane hanno indietreggiato (vedi anche grafico a fianco), portando il dato nazionale sotto la media europea (96). A fine 2015 tutte le regioni stavano peggio rispetto a quattro anni prima. Fa eccezione la Basilicata che non solo non ha perso terreno ma è riuscita a crescere un po’ grazie soprattutto all’effetto Jeep Renegade dello stabilimento Fca di Melfi, restando comunque sotto il 75% della media europea, soglia che separa le regioni povere (“meno sviluppate” secondo la nomenclatura ufficiale) da quelle considerate “in transizione”, a metà del guado. Non è una soglia simbolica quella del 75%. Di essa, infatti, si tiene conto nella distribuzione dei fondi strutturali europei, ogni sette anni. Chi sta sotto riceve la fetta più grossa delle risorse, secondo il principio che guida la politica di coesione: investire risorse comuni per promuovere la “convergenza” delle aree più povere dell’Unione verso i livelli di benessere delle regioni più ricche. Una redistribuzione di risorse, in una visione europea e comunitaria, superando le logiche nazionali. Nell’attuale ciclo di programmazione 2014-2020, sono cinque le regioni italiane “meno sviluppate”: Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Ma stando ai dati Eurostat, non solo non si è verificato l’effetto di accelerazione e convergenza per queste regioni, ma ad esse rischiano di aggiungersi anche Sardegna e Molise, scivolate intorno a quota 70. Al Centro Sud si salva l’Abruzzo.
Questi numeri sono esaminati al microscopio da quegli Stati membri che vorrebbero ridurre drasticamente le risorse della politica di coesione e rivedere profondamente i criteri di assegnazione e di spesa. Se finora, sostengono in molti, questo strumento si è rivelato poco efficace, come dimostrano gli indicatori macroeconomici, forse è arrivato il momento di cambiare. Il confronto è in corso e da qui a fine anno ridisegnerà il bilancio Ue di cui i fondi strutturali rappresentano circa un terzo.
I tagli imposti dalla Brexit sono un’ulteriore complicazione che si somma ai nuovi bisogni, dalla difesa all’ambiente, dalle migrazioni alla sicurezza. Coesione e politica agricola sono sempre di più i bersagli predestinati.
Uno dei nodi irrisolti della politica di coesione è proprio l’efficacia, difficile da misurare. La scorsa settimana anche la Corte dei Conti Ue ha riconosciuto che gli indicatori di performance sono troppi e non armonizzati. Ma cosa sarebbe accaduto alle regioni del Sud negli anni più duri della crisi senza gli investimenti dei fondi europei? Per non dover accettare un drastico taglio a partire dal 2020, le regioni devono fare tutti gli sforzi per dimostrare di saper spendere bene i soldi a disposizione e l’Italia, secondo paese beneficiario, che finalmente ha di nuovo un ministro per la Coesione, deve far sentire senza timidezze la propria voce nel confronto in corso a Bruxelles.

Giuseppe Chiellino

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