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La partita decisiva si gioca nell’Eurozona

L’ultimo documento del Fondo monetario internazionale sull’economia del l’eurozona non assomiglia per nulla alle solite esternazioni del Fmi, che spesso – specie per quanto riguarda l’esame delle singole economie nazionali – sono un distillato di prudenti accenni e faticosi compromessi. Il fatto che l’Eurozona sia composta di 17 Paesi, ognuno con le sue idiosincrasie e le sue suscettibilità, ha dei grossi svantaggi, come sa chiunque abbia seguito il tortuoso svolgimento della crisi europea. Ma almeno c’è un vantaggio, dal punto di vista degli esaminatori del Fondo. Non avendo un chiaro interlocutore, sono più liberi di dire quello che veramente pensano. E quello che veramente pensano l’hanno messo nero su bianco: l’economia mondiale è in pericolo perché l’Unione monetaria europea non funziona e l’euro rischia l’implosione.
Questo duro giudizio getta un’ombra sui prossimi mesi. Dove saremo dopo l’estate? Se questo ciclo basso fosse parte di una normale sinusoide della congiuntura, sarebbe possibile fare educate proiezioni sulla probabilità di una ripresa. Ma quello presente è un punto di flesso della storia, è un nodo strutturale. Al centro del ciclone c’è l’Eurozona, e questo “occhio” non è affatto calmo come la sua controparte meteorologica. La Grande recessione prima e la crisi da debiti sovrani poi hanno portato allo scoperto il difetto fondamentale: la zoppìa che vede una moneta sovranazionale assortita di leve solo nazionali negli altri strumenti della politica economica, a partire da quella di bilancio.
Che cosa potrà succedere nei prossimi mesi? La recessione del 2012 è ormai un fatto acquisito per l’Europa, e per l’Italia il conto da pagare – come si vede dal grafico sugli indicatori avanzati – sarà duro. L’unica consolazione sta nel fatto che le esportazioni italiane tengono. Ma le esportazioni sono solo una parte dell’attività economica e non possono contrastare più di tanto la debolezza che proviene da famiglie che hanno paura di spendere e da imprese che rimandano i piani di investimento. Lo sguardo si spinge a fine anno e al 2013, ma qui ci troviamo di fronte a un punto interrogativo grosso come una casa.
Le critiche del Fondo alla “sinfonia incompiuta” dell’Unione monetaria sono giuste in linea di principio. Che cosa potrebbe dire chi voglia ergersi ad avvocato difensore dell’incerta e balbuziente risposta dei governanti europei, di fare solo lo stretto necessario senza mai dare risposte risolutive? L’avvocato difensore direbbe che le “risposte risolutive” sono politicamente e culturalmente inaccessibili. Come osservato recentemente (vedi il Sole-24 Ore del 14 luglio) Stati Uniti e Inghilterra non hanno alcun problema a finanziare i deficit pubblici. Nessuno diffida dei loro titoli pur avendo disavanzi più grossi di quelli dell’Eurozona. E questo perché nell’area euro la moneta unica non si accompagna a un’unica gestione dei bilanci pubblici e la Banca centrale europea è statutariamente incapace di contrastare una crisi con illimitate espansioni di liquidità a favore degli Stati. Per ovviare a questa situazione bisognerebbe rendere l’Eurozona più simile a uno Stato unitario come Usa e Regno Unito; e quindi emissione di titoli pubblici europei (i famosi Eurobond), unione bancaria con garanzia europea dei depositi di tutte le banche, e, infine, una Bce libera dai vincoli – alcuni legali e altri culturali – che impediscono ai mercati di percepire quella Banca centrale come un vero prestatore di ultima istanza.
“Vaste programme”, come disse, in altre circostanze, il generale De Gaulle. Un programma che si scontra con un corpus politico e sociale ancora incapace di prendere questo cammino verso cessioni di sovranità sempre più consistenti; e si scontra anche con irrazionali paure di inflazione legate alla creazione di liquidità da parte della Bce; paure smentite dall’esperienza recente, in Europa, in America e in Giappone, ma che riaffiorano, specie nella psiche tedesca (che ha sfortunatamente contagiato anche il “pensiero dominante” della Bce), dall’esperienza storica di passati episodi di iperinflazione.
Eppure, queste riforme sono necessarie se si vuole mantenere l’Unione monetaria. Sapranno i governanti europei, sull’orlo dell’abisso, fare un passo indietro e accelerare la storia, introducendo hic et nunc queste riforme? Riforme che si scorgevano in filigrana fin dall’inizio, nella logica della moneta unica, riforme che si sperava potessero essere diluite nel tempo, ma che la crisi ha portato imperativamente e urgentemente sul tavole delle cose da fare subito.
Come detto, la risposta a questa cruciale domanda non riguarda solo l’Europa. I Paesi emergenti, il Giappone, l’America, hanno problemi congiunturali e non strutturali, e una ragionevole proiezione li vorrebbe in progressiva ripresa nei prossimi mesi. Ma una implosione dell’Unione monetaria causerebbe un tale dislocamento, finanziario e reale, da annerire anche le loro prospettive. La palla è sul campo dell’Eurozona, e il mondo intero aspetta di sapere come sarà giocata.

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