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La parcella è sempre un diritto

L’erronea convinzione in ordine alla gratuità dell’attività di assistenza legale prestata dall’avvocato non vale a giustificare le ingiurie contro il professionista all’atto della richiesta di pagamento della parcella, non potendosi ricondurre detta ipotesi nell’ambito della scusante dello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui. Per l’avvocato, infatti, la parcella è sempre un diritto.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 41645, depositata l’8 ottobre 2013.

Nel caso concreto un legale ha assunto le difese di una donna nell’ambito di un contenzioso tra questa e l’Inps, teso a ottenere il riconoscimento del diritto alla pensione di invalidità. Il processo si è concluso con esito favorevole per la parte assistita, ma quando l’avvocato ha convocato il suo cliente per ottenere il pagamento della parcella quest’ultima si è rifiutata di versare alcunché e anzi, il marito che l’aveva accompagnata all’incontro con il patrono, sentitosi offeso dalla richiesta inaspettata, ha cominciato ad inveire con frasi ingiuriose nei confronti del professionista.

Ne è disceso un procedimento penale a carico dell’ingiuriante conclusosi in primo grado con una sentenza di condanna emessa dal giudice di pace; la decisione è stata peraltro confermata in appello dal Tribunale in composizione monocratica il quale, in linea con quanto appurato dal giudice di prima istanza, ha confermato la rilevanza penale della condotta dell’imputato, data la ricorrenza, nel caso in esame, dei presupposti oggettivi e soggettivi del reato lui ascritto.

Conseguentemente, il processo è stato portato all’attenzione della Suprema corte, cui si è rivolto il difensore dell’imputato per dolersi della ricostruzione proposta dai giudici di merito.

In particolare, il ricorrente ha eccepito l’erroneità della sentenza impugnata nella parte in cui il Tribunale non tenne in debita considerazione la convinzione dell’imputato secondo cui l’assistenza difensiva assicurata nel procedimento civile contro l’Inps in favore della moglie sarebbe stata espletata a titolo gratuito; per lo stesso motivo il ricorrente ha chiesto che gli venisse riconosciuta la causa di non punibilità prevista all’art. 599, c.p. alla stregua della quale non può essere assoggettato a sanzione penale chi ha commesso fatti di ingiuria o diffamazione nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso. In altri termini, secondo la ricostruzione della difesa, la condotta incriminata non sarebbe stata meritevole di sanzione poiché era discesa dallo stato di alterazione provocato dalla richiesta del legale finalizzata a ottenere – in modo del tutto inaspettato – il pagamento del compenso professionale.

La Corte, nel pronunciarsi sulla vicenda, ha dovuto riflettere sulla applicabilità della richiamata causa di giustificazione, valutando se effettivamente la richiesta di pagamento potesse in sé assumere le sembianze del «fatto ingiusto altrui», indicato dal richiamato art. 599, c.p.

Nel concludere in senso negativo, i giudici romani hanno osservato come l’avvocato, all’atto della richiesta da cui sono scaturite le ingiurie nei suoi confronti, stesse esercitando un proprio diritto, e cioè una «legittima pretesa creditoria». Data questa premessa, si è aggiunto che l’imputato poteva, al più, aver confidato nella gratuità delle prestazioni professionali sulla base delle informazioni che (forse) gli erano state date presso il patronato; ma un siffatto equivoco poteva comportare, come peraltro ha ritenuto il giudice di pace, la sola riduzione della pena per effetto del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, e non l’applicazione della causa di non punibilità. In altri termini, il fatto ingiusto – quale presupposto della esimente – non poteva in alcun modo individuarsi nella sola richiesta di pagamento, poiché questa corrisponde al senso comune secondo cui un legale dev’essere remunerato per l’attività professionale svolta.

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