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La parabola di Gianni il re del prosecco che sognava di scalare la finanza

Ha sempre detto di essere «un viticoltore prestato alla finanza». Ma per Gianni Zonin, classe 1938, è stato un prestito di lungo corso: è in banca da 32 anni e la presiede da quasi un ventennio. In questi lunghi anni non c’è persona che non abbia identificato la Popolare di Vicenza con la “banca di Zonin”.
Da qualche giorno, si apprende, Zonin si è dimesso dai vertici Abi. Nei mesi scorsi aveva annunciato che avrebbe passato la mano, una volta trasformata la popolare in spa; ma non è detto che la pressione di queste ore non lo porti a bruciare i tempi. Anche perché la banca è alla vigilia di un cruciale appuntamento con il mercato, l’aumento di capitale (il quarto in tre anni, contando anche la conversione del bond) per un importo monstre di 1,5 miliardi e che verrà realizzato a prezzi ben più ridotti rispetto al già ridotto valore delle azioni (con una decisione presa “solo” nell’aprile scorso). Un passaggio cruciale, che ha visto le denunce di molti correntisti e di associazioni di consumatori (l’Adusbef si è mossa già nel 2008 e ieri si è rivolta al presidente della Repubblica, in quanto presidente del Csm).
Il vero business di famiglia, ovviamente, resta il vino (in prima fila il prosecco, con esportazioni boom): da generazioni a capo delle ricche vigne, ora affiancato dai figli Domenico, Francesco e Michele, Zonin è uno dei quattro produttori di vino in Europa a poter contare su una superficie agricola superiore a duemila ettari; un impero sparso in molte regioni italiane ma anche all’estero.
Però la seconda gamba, la banca, non è stata certo un passatempo della domenica. Sotto di lui la Vicentina è passata da 150 sportelli, molto concentrati nella regione, ai 700 attuali, con una rete che spazia dal Nord Est alla Sicilia. Il punto forse più alto degli appetiti di espansione c’è stato nel 2014: Carife, Marostica, Popolare dell’Etruria e, su tutte, Veneto banca. Dossier guardati e corteggiati da un presidente che, all’epoca, aveva forti ambizioni di crescita, anche se non andate a buon fine.
Che Zonin sia così «estraneo» alle pratiche sospette della banca, come ha affermato, pare convincere poco gli inquirenti: nel decreto di perquisizione risulta indagato, in qualità di presidente della popolare, in quanto insieme ad altri «diffondeva notizie false e poneva in essere altri artifici, concretamente idonei ad incidere in modo significativo sull’affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale » del gruppo. Tanto che la procura ha disposto anche il sequestro della cassetta di sicurezza intestata alla moglie, alla ricerca di eventuali documenti e prove delle ipotesi di reato. Che, tra l’altro, contemplano non solo il finanziamento ai soci per l’acquisto di azioni (in aumento di capitale e non solo) ma anche una “corsia privilegiata” per alcuni clienti, evidentemente più “clienti” degli altri, verso cui sarebbe stato preso l’impegno di riacquistare le azioni stesse, per circa 300 milioni. Un’altra ipotesi di reato, come tutte da verificare, è l’ostacolo alla vigilanza.
Del resto, proprio la crescita tumultuosa è stata in parte effetto e in parte causa della necessità di finanziare lo sviluppo, anche correndo a foraggiare gli stessi soci: cosa che ha portato la vigilanza Bce (in questa fase ben più prescrittiva di Bankitalia) a puntare il dito su oltre 950 milioni di presitit, diventati azioni della popolare. Qualche giorno fa Zonin aveva puntato il dito sull’ex ad Samuele Sorato, responsabile di essersi mosso sull’aumento «non rispettando le norme vigenti e senza informare il cda». L’avviso di garanzia rimescola le carte.
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