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La pandemia spinge il debito oltre quota 355% del Pil globale

Più spese e meno entrate: risultato, nell’anno della pandemia, il debito globale è salito oltre quota 355% del Pil, con un balzo di 35 punti percentuali. In valore assoluto, nel 2020, il debito di Governi, famiglie, banche e aziende è aumentato di 24mila miliardi di dollari, raggiungendo quota 281mila miliardi, secondo i calcoli del recente Global Debt Monitor, dell’Institute of International Finance (Iif), che prende in esame i 61 principali Paesi.

Nel solo 2020, si è registrato più di un quarto dell’aumento del debito degli ultimi 10 anni. La crescita del debito durante la crisi finanziaria globale del 2008 e del 2009 si era fermata al 10 e 15%, rispettivamente.

«Garanzie statali e moratorie sul debito sono riuscite a prevenire un’impennata di fallimenti tra le imprese», sottolinea il report, con un calo delle insolvenze «straordinario in molti Paesi europei». Come già affermato più volte dal Fondo monetario internazionale, l’Iif avvisa che la revoca prematura di queste misure potrebbe togliere il tappo ai fallimenti e generare una «nuova ondata di prestiti in sofferenza, con conseguenze per la stabilità del settore bancario». La dipendenza dal sostegno pubblico apre però il tema della «zombificazione delle imprese»: un periodo prolungato di garanzie sui prestiti, in una fase di tassi ultra-bassi, potrebbe incoraggiare le società più fragili e indebitate ad accumulare ancora più debito, in una spirale che comporta rischi finanziari «sistemici».

L’Iif si aspetta che nel 2021 il rapporto tra debito e Pil cresca ancora, ma in misura più contenuta, grazie alla ripresa economica. Questa però rimane incerta e legata al successo delle campagne di immunizzazione dal Covid-19, con enormi incognite per i Paesi a basso reddito, dove l’accesso ai vaccini e la loro distribuzione incontra drammatiche difficoltà.

Oltre metà dell’aumento del debito globale è dipeso dai Governi: tra minori entrate e maggiore spesa, il debito pubblico, secondo l’Iif, è salito di 12.200 miliardi, al 105% del Pil, dall’88% nel 2019. L’incremento è concentrato nei Paesi avanzati (10.700 miliardi). È l’effetto delle misure straordinarie varate per contenere l’emergenza economica e sanitaria causata dal virus. La risposta, al contrario, è stata forzatamente limitata nei Paesi emergenti. Secondo i dati diffusi a metà gennaio dall’Fmi, i Paesi avanzati hanno speso 11.800 miliardi di dollari in misure anti-pandemia, sui 14mila miliardi complessivamente erogati nel mondo.

Il conto salirà nel 2021, anche per effetto dei piani messi a punto negli Stati Uniti e in Europa: il report prevede che il debito pubblico mondiale aumenterà di altri 10mila miliardi. «Sebbene i considerevoli disavanzi siano stati essenziali, l’exit strategy potrebbe rivelarsi ancora più complicata rispetto a quanto successo dopo lo shock finanziario del 2008-09», limitando la capacità di reagire a nuove crisi.

Il debito di famiglie e imprese ha raggiunto il 165% del Pil, dal 124% del 2019. Le moratorie e i programmi di garanzia sui prestiti, «sebbene molto necessari», hanno spinto il rosso delle aziende al 100% del Pil (+8%, pari a 5.400 miliardi). I grandi gruppi, soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, sono stati in grado di sfruttare queste misure per costruire riserve di liquidità, mentre le piccole imprese hanno avuto maggiori difficoltà.

Il debito delle famiglie è aumentato in misura più contenuta, del 4% (2.600 miliardi), al 65% del Pil, «in parte riflettendo le moratorie sui prestiti e la resilienza del mercato immobiliare residenziale».

Il debito nel settore finanziario è aumentato di oltre il 5% (3.900 miliardi), all’86% del Pil: il primo incremento dal 2016 e il più forte dal 2007.

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