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La pandemia colpisce le donne

Le donne pagano il prezzo più alto della pandemia Covid-19 a livello lavorativo. Le lavoratrici, infatti, sono le più colpite sia dai contagi professionali e sia dalla perdita dei posti di lavoro. Sul primo versante, il Dossier Inail pubblicato per la Giornata internazionale dell’8 marzo attesta che su 147.875 denunce presentate al 31 gennaio 2021, ben 102.942 sono femminili, cioè 70 contagi ogni 100 sono di donne, con età media di 46 anni. Il quadro è devastante sul versante occupazione: nonostante il blocco dei licenziamenti, su 101 mila lavoratori che hanno perso il lavoro a dicembre l’Istat attesta che 99 mila riguardavano posti occupati da donne (98%). Per le più fortunate che ancora un lavoro ce l’hanno, lo smart working è molto apprezzato perché offre maggiore benessere familiare e positivi vantaggi di salute, come meno stress percepito, e anche maggiore produttività.

Covid, donne in prima linea. In controtendenza rispetto al complesso degli infortuni sul lavoro, tra i quali i casi femminili si fermano al 36%, le lavoratrici sono le più colpite dai contagi professionali da Covid. Diversa la situazione tra le vittime: donne nel 17,1% dei casi (con 79 decessi su 461), in linea con il dato degli infortuni mortali sul lavoro nel complesso, che registra il numero maggiore di decessi tra gli uomini, mentre le donne restano sotto la soglia del 10%. L’età media tra le contagiate è di 46 anni: nel 43,6% dei casi ha più di 49 anni; nel 38,1% tra 35 e 49 anni; nel 18,3% è under 35. Più elevata, e pari a 56 anni, è l’età media al decesso, con nessuna deceduta nella classe di età più giovane delle under 35, mentre il 19,0% delle vittime ha tra i 35 e i 49 anni e l’81,0% ha dai 50 anni in su. Rispetto al territorio, la Lombardia raccoglie il 28,3% delle denunce rosa, seguita da Piemonte (15,4%), Veneto (11,1%), Emilia Romagna (8,5%). E ancora la Lombardia è la regione a registrare il maggior numero di vittime femminili, il 39,2%, seguita da Emilia Romagna (15,2%) e Piemonte (8,9%).

Le più colpite sono le infermiere (81,1% dei casi della categoria) e le fisioterapiste (5,8%). Segue la categoria delle operatrici sociosanitarie, con il 22,4% dei casi, e, con l’8,9%, quella delle lavoratrici qualificate nei servizi personali e assimilati. Il 6,3% dei casi riguarda, invece, i medici e il 5,0% le lavoratrici non qualificate nei servizi di istruzione e sanitari. Per quanto riguarda i decessi, la categoria più colpita è sempre quella dei tecnici della salute, con un caso ogni quattro denunce: il 70% sono infermiere.

Taglio netto ai posti di lavoro. I numeri dell’Istat presentano un quadro devastante dell’occupazione femminile: su 101 mila persone che hanno perso il lavoro a dicembre 2020, la quasi totalità sono donne. Nonostante il blocco dei licenziamenti attivo, infatti, dei 101mila posti di lavoro in meno a dicembre ben 99 mila sono di donne e solo 2mila di uomini. Il dato dimostra come, a pagare il prezzo della pandemia a livello lavorativo, sono soprattutto le donne, in particolare le lavoratrici autonome e precarie, cioè con rapporti di lavoro più facile da sciogliere.

Più donne ai posti di comando. In assoluta controtendenza è il dato di Manageritalia che nel Rapporto Donne 2020 indica una ripresa dei dirigenti privati tutta a tinta rosa. Le dirigenti donne, infatti, hanno raggiunto una quota del 18,3% del totale ed è cresciuta del 49% dal 2008 al 2019, a fronte del calo del 10% degli uomini (nello stesso periodo, dal 2008 al 2019, i dirigenti privati sono complessivamente calati del 3%). Secondo i dati dell’Inps, c’è stato un salto del 32,3% tra le under35 e del 28% tra le under40. La crescita, in atto da anni, è continuata anche nell’ultimo periodo, nonostante la crisi che ha colpito il settore della dirigenza, escluso il terziario dove sono invece in forte crescita.

Guardando al solo settore del terziario, dal 2008 al 2020, a fronte di una crescita totale del 14,7% dei dirigenti, la presenza femminile è cresciuta del 51% e a dicembre del 2020, le donne sono il 22,2% del totale, contro il 19,7% del 2019. Tra le regioni più “rosa” il Molise è al primo posto (30%), seguita da Sicilia (25,5%), Lazio (24,1%) e a pari merito Basilicata e Lombardia (20%). In fondo alla classifica Calabria (14,6%), Abruzzo (9,3%) e Trentino-Alto Adige (9,2%).

Apprezzato lo smart working. Ma a caro prezzo. Un questionario proposto dall’Ugl in collaborazione con L’Osservatorio nazionale antimolestie evidenzia che la stragrande maggioranza delle intervistate (82%) ha avuto ottima percezione delle misure di flessibilità nell’organizzazione del lavoro durante il periodo di lockdown. Ha indicato, infatti, maggior benessere familiare e (tra il 50% e il 70%) anche positivi vantaggi di salute, ovvero meno stress, e maggiore produttività dovuta a condizioni di lavoro favorevoli.

Le criticità sono state rilevate, invece, in merito alla penalizzazione della carriera e per quanto riguarda i carichi di lavoro saltuari e non strutturati. Alla domanda aperta sulla misura della percezione del disagio lavorativo, il 59,7% ha risposto in modo affermativo. Tra le cause individuate dal punto di vista personale: il mancato riconoscimento del lavoro svolto, situazione di precarietà e bassa retribuzione. Per quanto riguarda il disagio percepito a livello organizzativo il dato più significativo è costituito dalla mancanza di condivisione e dall’assenza di controllo che coinvolge i dirigenti, ma anche i colleghi. Secondo l’Ugl, a fronte dell’esperienza positiva sull’adozione dello smart working, il quadro del disagio percepito dà un’immagine di lavoro femminile durante la pandemia di disorganizzazione, di mancanza di condivisione e supporto, che si riflette a livello personale con il mancato riconoscimento del lavoro svolto, di precarietà e bassa retribuzione. Un dato che va letto insieme al preoccupante dato dell’Istat sull’occupazione (i 99mila posti rosa in meno sui 101 mila occupati in meno a dicembre 2020, come detto in precedenza). Il questionario Ugl ha chiesto anche se durante il periodo Covid ci sono state molestie sui luoghi di lavoro. Il 10% (dato in crescita rispetto al 7,5% indicato dall’Istat nel Report 2018 relativo agli anni 2015-2016) ha risposto affermativamente individuando in minacce, ricatti e intimidazioni il comportamento molesto più frequente.

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