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La p.a. paga meglio del privato

Il posto fisso è anche quello meglio retribuito, almeno in Italia. Alla faccia del vecchio stereotipo per cui il pubblico impiego realizzerebbe una sorta di trade off tra certezza della retribuzione e ricchezza della busta paga, lo stato, nelle sue varie articolazioni (ministeri, p.a. centrale e locale, scuola, sanità) non solo paga e pagherà per sempre gli stipendi, ma paga meglio del settore privato. La retribuzione media nel privato si attesta infatti intorno ai 23 mila euro, contro i 34 mila del settore pubblico. Un dato quest’ultimo in linea con le buste paga degli statali di Francia e Gran Bretagna dove però il gap tra pubblico e privato non è così marcato (in Francia i livelli retributivi sono sostanzialmente in equilibrio, mentre nel Regno Unito sono le aziende i datori di lavoro più generosi).

È quanto emerge da un report di Fpa srl (la società organizzatrice di Forum P.a.) che passa in rassegna 25 anni di riforme tentate, per lo più senza successo, nel settore pubblico. Le ragioni? Tante. Troppe norme, disallineamento tra politica di riforma e gestione economica, scarso coinvolgimento della dirigenza. Ma anche un’età media che i paletti al turnover continuano a far crescere. Il pubblico impiego in Italia non è un posto per giovani. Dei 3,3 milioni di dipendenti pubblici oltre la metà (51,4%) ha più di 50 anni. In Gran Bretagna gli over 50 sono il 30,7% del totale e in Francia il 31,7%. I giovani invece sono sempre più ai margini. Su 100 dipendenti pubblici in Italia quelli di età compresa tra 25 e 34 anni sono solo sette, in Francia e Uk 20.

La percezione della riforma Madia. Il report contiene anche un sondaggio effettuato su un panel di 700 dipendenti pubblici interpellati sulla riforma di Marianna Madia, ultimo dei 15 ministri, alternatisi alla guida della Funzione pubblica nei 18 governi degli ultimi 26 anni, ad aver tentato di cambiare il volto della p.a. Per gli intervistati non si tratta di una riforma rivoluzionaria. Anzi, come tutti i tentativi precedenti sconta il vizio di privilegiare lo strumento legislativo rispetto agli indirizzi programmatici e agli atti di gestione. Tra le pecche della riforma rilevate dal panel viene citato anche l’eccessivo conferimento di poteri alla politica e l’inadeguatezza del sistema di valutazione dei dirigenti. Secondo il sondaggio, l’effetto sui grandi mali del Paese sarà prevalentamente «nullo» e per alcuni aspetti addirittura dannoso. Più del 30% degli interpellati ritiene infatti che si genererà un «effetto negativo» relativamente allo scollamento tra politica e amministrazione e ai divari territoriali (che non si ridurranno, anzi cresceranno).

La novità più convincente della riforma Madia è sicuramente l’accesso agli atti generalizzato, ossia il diritto di conoscere tutto dalla p.a., anche quei dati e documenti che gli enti pubblici non sono tenuti a pubblicare. Il c.d. Freedom of information act (Foia) piace al 32,7% del panel preso in considerazione da Fpa. Al secondo posto (30,6%) tra le cose da salvare della riforma Madia l’indagine cita il miglioramento della qualità e dell’accesso dei servizi online.

Il flop di Spid. Eppure proprio i servizi online fanno segnare, se non un fallimento, di certo un risultato non in linea con le attese. Stiamo parlando di Spid, il sistema pubblico per l’identità digitale che consente agli utenti registrati di accedere ai siti web delle amministrazioni accreditate utilizzando un’unica username e password. Una semplificazione rilevante che però è partita col freno a mano tirato visto che al momento gli utenti sono solo il 4,4% di quelli attesi tra un anno (436 mila su 10 milioni). Colpa, forse, dell’esiguo numero di amministrazioni attive. Sono meno di 4 mila gli enti a cui si può accedere tramite Spid, ma tra questi sono pochissimi quelli che hanno attivato più di un servizio, mentre nessuna, rileva il report di Fpa, ha realizzato una migrazione completa dei propri servizi su Spid. Uno dei tanti esempi di una p.a. che invece di agevolare i processi di riforma li frena.

Francesco Cerisano

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