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La nuova «service tax» può valere 4,3 miliardi

Superare definitivamente l’attuale Imu con l’introduzione di una service tax che accorpi in un solo tributo il prelievo sulla casa, la nuova Tares e la maggiorazione per i servizi indivisibili (illuminazione, marciapiedi ecc.) e che venga pagata anche dagli inquilini. Valore stimato dell’operazione 4,3 miliardi, giusto quanto pagato ad aliquota standard (4 per mille) dai proprietari di immobili adibiti ad abitazione principale, incluso il miliardo di maggiorazione della nuova tassa rifiuti che scatterebbe da dicembre. La proposta più volte avanzata dalle forze politiche e in particolare dal Pd, occupa una parte di rilievo tra le possibili misure di riforma della tassazione immobiliare riportate nel dossier messo a punto dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, e riportato ieri su questo giornale.
Tre le possibili varianti della service tax analizzate dall’Economia in funzione o meno dell’introduzione di correttivi che si potrebbero adottare per ridurre sperequazioni e iniquità. Il punto di partenza in tutti e tre i casi resta il tributo comunale individuato nell’ottobre del 2011, prima dell’arrivo dell’Imu sperimentale, con il decreto correttivo del federalismo municipale. Allora definito Res e articolato in due componenti relative sia alla gestione dei rifiuti solidi urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento, sia ai servizi indivisibili dei comuni, fu travolto da critiche e dubbi applicativi.
Ecco perché sul tavolo del confronto tra Governo e maggioranza il Mef indica tre possibili soluzioni con pregi e difetti di ognuna. La prima prevede l’introduzione di una tassa di servizio sull’abitazione principale senza alcun correttivo per le famiglie più povere e in particolare dei contribuenti non proprietari. In questo caso il gettito possibile di 4,3 miliardi sarebbe raggiunto con un’aliquota dell’1,9 per mille. E come dimostrano le eleborazioni riportate a fianco il prelievo medio sarebbe pari a 172 euro con un carico di 255 euro in media per le famiglie più ricche e di 124 euro medi per i nuclei più poveri.
La seconda ipotesi formulata dall’Economia prevede una service tax con alcuni correttivi peraltro già avanzati con la Res: l’esenzione per gli occupanti l’immobile il cui reddito imponibile complessivo non superi i 15mila euro annui e il dimezzamento del tributo per i soggetti non titolari del diritto di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e superficie, il cui reddito complessivo degli occupanti sia compreso tra i 15.001 e i 28mila euro annui. In questo caso l’obiettivo dei 4,3 miliardi di gettito verrebbe raggiunto con un’aliquota del 3,45 per mille. Il carico fiscale medio resterebbe sempre sui 173 euro. Ma si passerebbe dai 407 euro dovuti dai contribuenti con redditi più elevati a una somma prossima allo zero (6 euro di media) per il primo quinto di reddito complessivo equivalente che secondo la scala Ocse modificata rappresenterebbe i contribuenti più poveri.
Anche la terza strada immaginata per il nuovo tributo comunale prevede dei correttivi per tenere conto della situazione reddituale e della numerosità del nucleo familiare degli occupanti come ad esempio l’esenzione per i soggetti il cui reddito complessivo familiare equivalente per tener conto della numerosità dei componenti risulta inferiore a 6.500 euro. L’aliquota dell’imposta in questo caso potrebbe essere fissata nel 2,2 per mille e produrrebbe un carico medio sul totale delle famiglie di 175 euro e di 11 euro per le famiglie “locatarie”.
Per ammissione degli stessi tecnici del Mef ognuna di queste ipotesi presenta più di una criticità. In primo luogo è la stessa Economia a evidenziare che l’esenzione dall’Imu per l’abitazione principale «in realtà verrebbe aggirata» con l’introduzione della service tax. Resta sempre il nodo degli inquilini chiamati a calcolare l’imposta su dati che possiede il proprietario della casa, senza considerare poi che le attuali modalità di pagamento del tributo non consentirebbero all’amministrazione di monitorare la componente Tares sui servizi indivisibili.
L’obiettivo dell’Economia resta comunque quello di fornire ogni possibile elemento tecnico per chiudere prima di Ferragosto, come auspica il ministro Saccomanni, il capitolo Imu. Comunque sia la service tax sembra sempre più destinata ad entrare in gioco in seconda battuta ovvero dal 2014. Al netto delle decisioni dei possibili accordi politici che il Governo cercherà di incassare nei prossimi giorni con una nuova cabina di regia aperta agli esponenti della maggioranza, alla presenza del premier Enrico Letta, l’addio all’Imu sembra sempre più destinato ad arrivare in due tappe. La prima per chiudere i conti 2013, con un provvedimento che cancelli entro il prossimo 31 agosto l’acconto finora sospeso (costo dell’operazione pari a 2,4 miliardi come certificato nel dossier di Saccomanni) e definisca una rimodulazione del prelievo sull’abitazione principale per il saldo di dicembre (su cui si vedano le differenti ipotesi riportate sul Sole 24 Ore di ieri). Le date utili potrebbero essere quelle dell’8 agosto o, subito dopo la pausa estiva, al primo Consiglio dei ministri già fissato orientativamente per il 26 agosto. La seconda tappa potrebbe essere la legge di stabilità in cui troverebbero posto sia la nuova service tax sia la deducibilità dell’Imu pagata dalle imprese ai fini Ires e Irpef, nonché l’Irap sempre che l’Esecutivo accolga le richieste di maggioranza e contribuenti.

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