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La nuova mappa del capitalismo addio patti di sindacato e scatole cinesi ora fondi esteri e public company

Il capitalismo italiano ha cambiato pelle. In due tempi: il primo colpo al vecchio modello lo ha dato la fine dei soldi; il secondo, in questi mesi, il ritorno dei soldi. In due anni sono scomparsi tutti i patti di sindacato, resta ormai praticamente solo quello di Mediobanca, destinato ad essere rieditato in una versione molto light. Una dopo l’altra cadono le scatole cinesi, ultima in ordine di tempo Telco, nella quale si concentrava il 22 per cento delle azioni di Telecom. Scende vertiginosamente il peso delle fondazioni sulle banche, con la Fondazione Mps che nel giro di una manciata di mesi è passata dal 51 al 2,5 per cento del Montepaschi, e con la Fondazione Carige che in ancora meno tempo dalla maggioranza assoluta si troverà con il 10 per cento di Banca Carige. Emergono nuovi protagonisti, che parlano in italiano ma ragionano in inglese, come Andrea Bonomi e aumenta il ruolo di altri come Giovanni Tamburi, che portano avanti modelli di business nei quali il potere che conta è quello di fare risultati. C ambiano ad una velocità che i manager stessi fanno fatica a seguire, il ruolo e il modello di business di banche e assicurazioni, i meccanismi di raccolta e gestione del risparmio. E’ un’altra Italia, non più solida di quella di prima ma certamente assai diversa. Se mettessimo a confronto la mappa del capitalismo italiano di dieci anni fa con quella di oggi avremmo la stessa impressione che alle scuole medie avevamo mettendo a confronto la mappa dell’Italia nel 1848 con quella del 1870. Allora lo chiamammo Risorgimento, questo è assai meno eroico e molto più prosaico. La Galassia del Nord, regno di Mediobanca, non c’è più, l’impero di Torino è emigrato all’estero, quel che resta della Montedison è finito in Francia, il granducato dei Ligresti è scomparso, quello di Tronchetti è mezzo russo, i Pesenti si sono ritirati a Bergamo, l’ambiziosa contea vicentina di Palladio è in disgregazione. Non ci sono più le reti che hanno tenuto in piedi un sistema malato bloccandone la crescita, ora ciascuno si deve misurare con il mercato, dove assai più delle relazioni contano i risultati.

La fine del capitalismo di relazione

Il capitalismo di relazione non è finito perché sono finite le relazioni ma perché sono finiti i soldi. Non solo quelli degli azionisti, che ce ne hanno sempre messi pochi, ma quelli delle banche. Gli strumenti di quel sistema erano i patti di sindacato e le scatole cinesi, che consentivano di controllare le società attraverso partecipazioni incrociate o a cascata e, dove questi barocchi giocattoli non bastavano arrivavano a sostegno con quote di capitale banche e assicurazioni. Erano loro a controllare le grandi concentrazioni del risparmio e ad utilizzarle con la principale finalità di blindare gli assetti di controllo (i bassissimi rendimenti in un sistema chiuso e poco competitivo non erano un problema). Con poco capitale e così strutturato il grosso delle risorse arrivava dal credito bancario, che finanziava con equanime generosità le scatole degli azionisti e le aziende controllate. Ebbene, con l’arrivo dei tempi bui quella generosità è diventata solo un lontano ricordo. Le scatole sono andate in crisi di soffocamento, da quelle dei Ligresti a quelle di Tronchetti fino alla stessa Telco che non reggeva più non solo un assetto senza futuro ma anche un bilancio con molte rate da pagare e pochi dividendi da incassare. Ed è finito anche l’ossigeno per le aziende sottostanti, improvvisamente messe di fronte alla realtà, che vuol dire che non si può vivere di solo debito, soprattutto quando nessuno ce lo dà più. E allora tana libera tutti, l’impero Ligresti si disgrega, in quello di Tronchetti mettono una solida mano i russi di Rosneft, Telco si scioglie. E ciascuno prova a tornare a fare il suo lavoro. Mario Greco entra nelle Generali e comincia a disfare la ragnatela delle partecipazioni per concentrarsi nel business che una compagnia deve fare, cioè le assicurazioni, cercando di fare soldi con quelle. Prima Enrico Cucchiani e poi Carlo Messina in Intesa San Paolo cominciano a smontare la ‘banca di sistema’ il che vuol dire vendere le partecipazioni in portafoglio. La stessa Mediobanca, cuore novecentesco del capitalismo di relazione, ha cominciato a liquidare il suo portafoglio di partecipazioni.

Le fondazioni in ritirata

La crisi finanziaria e creditizia ha ucciso il capitalismo di relazione, ma ha rischiato di uccidere anche le banche stesse e i loro azionisti. Le Fondazioni sono ancora lì, ma non sono solo Genova e Siena ad essere in ritirata. La pressione dei territori per avere adeguate erogazioni da una parte e quella delle autorità di vigilanza dall’altra le stanno spingendo a diversificare il portafoglio (o quello che ne resta). Nelle sue considerazioni finali il governatore Ignazio Visco ha invitato a finirla con il controllo esercitato congiuntamente, come per esempio nel caso di Intesa San Paolo, dove ciascuna delle fondazioni azioniste ha quote relativamente contenute ma tutte insieme sono state in grado di nominare 27 dei 29 membri (quasi un parlamento) del consiglio di sorveglianza e del comitato di gestione. La strada del ridimensionamento del loro ruolo è ormai segnata e l’aumento delle quotazione dei titoli bancari offre una finestra di cui faranno bene ad approfittare per diversificare il loro patrimonio e proteggersi dalla prospettiva di nuovi aumenti di capitale delle banche che dopo l’asset quality review e gli stress test di Francoforte potrebbero arrivare.

Meno credito più capitale

Con troppi debiti non si cresce, vale per il paese e vale per le aziende. Tanto più che il credito langue. E allora chi ha retto in questi anni e vuole andare avanti non può fare altro che provare a intercettare nuovi capitali. Che non arrivano più, a sostenere arcaici assetti di controllo, da Fonsai o da Generali, da Intesa o da Unicredit. Arrivano dal Fondo strategico o dal Fondo italiano investimenti della Cassa depositi e prestiti, dalla F2i di Vito Gamberale, dalla Investindustrial di Andrea Bonomi, dalla Tip di Giovanni Tamburi. E dall’estero. La novità è che i soggetti sopra elencati non ragionano come la Mediobanca del secolo scorso o le Generali o i Ligresti satelliti della Galassia. Intanto investono nelle aziende e non nelle scatole che li controllano, e poi il loro parametro non è blindare una proprietà ma semmai sostituirsi alla vecchia proprietà o sostenere un progetto di sviluppo a fianco dell’imprenditore o del management. Lo fanno bene o meno bene, ma la mentalità è completamente diversa: i soldi che ci mettono non devono contare, devono rendere. Le banche semmai si trovano a fare da ‘azionisti riluttanti’ quando hanno troppo generosamente prestato e devono trasformare i crediti in capitale per evitare di vederli sfumare del tutto. Il loro vecchio ruolo di essere le uniche a tenere in piedi l’intero sistema sedute una montagna di crediti (che vista dalla prospettiva opposta diventa una montagna di debiti) non regge più. E’ ancora così, non si smonta quella montagna in pochi mesi e neanche in pochi anni, ma il credito sempre meno sosterrà gli azionisti di controllo e quel poco che c’è (e che ci sarà) dovrà finanziare lo sviluppo. Ci vorrà del tempo, ma un sistema bancario che impiega un quinto di più di quello che raccoglie non è più sostenibile, e un sistema produttivo nel quale ci sono meno di 2 euro di capitale per ogni 8 euro di debito è destinato a soffocare.

L’assalto dei capitali esteri

E’ una catena. Prima ci tenevamo con gli spilli (e i soldi delle banche), poi sono arrivati i fondi, quindi sono arrivati i capitali esteri a comprare aziende, ora sono arrivati operatori esteri a investire in borsa. Le bandierine sulle nostre (ma possiamo ancora usare questa parola?) aziende sono fantasticamente diversificate. La raffinazione dei Garrone è diventata russa, quella dei Moratti segue a ruota, sull’alimentare si affollano bandiere francesi (Parmalat), svizzere e spagnole, sul lusso da Bulgari a Loro Piana prevalentemente francesi ma anche del Quatar (Valentino) e della Cina, sulla siderurgia tedesche e presto indiane, sulle compagnie aeree degli Emirati, sull’energia francesi, sulla meccanica (Avio e Pignone) americane, sui pneumatici ancora russe, sugli aeroporti argentine. L’elenco è infinito e non c’è da piangerci sopra. La cosa interessante è che sta cambiando il metodo. In tempi passati (non da molto) i gruppi esteri che volevamo mettere piede in Italia individuavano la preda e ci mettevano un chip, con l’idea di contare e preparare il terreno per il boccone finale. Quella strategia non ha funzionato: chiedere a Santander con il San Paolo, al Crédit Agricole con Banca Intesa, alla Gm con la Fiat, alla Air France con Alitalia, a Telefonica con Telecom. Chi ci ha provato ha scoperto che a comandare con pochi soldi sono più bravi gli italiani, e allora la soluzione è diversa: per entrare i soldi bisogna metterceli davvero, come sembra stia facendo Etihad con Alitalia, come probabilmente farà Mittal con Ilva. La fase degli acquisti di imprese da parte di gruppi esteri non è finita che già ne è cominciata un’altra, quella degli investitori finanziari esteri. Il capofila è BlackRock che in pochi mesi ha investito 18 miliardi in Piazza Affari. Questi investitori non vogliono comandare nelle aziende ma sono attentissimi alla governance (e quindi al comportamento degli azionisti di maggioranza e del management) e alle eventuali intrusioni della politica. Sono capitali mobili, che si fermano solo finché non trovano opportunità di investimento ancora più convenienti. Il punto più delicato della trasformazione del capitalismo italiano è questo. Un capitalismo senza capitali (o meglio con i capitali all’estero) e con un credito contingentato, per andare avanti e crescere ha bisogno di denari che arrivino da fuori. Ora stanno arrivando perché costiamo poco, perché continuino ad arrivare – e soprattutto rimangano – il sistema deve essere aperto, efficiente e trasparente. Aperto, con la fine del reticolo che lo bloccava, lo è diventato, sul resto sarà il caso di mettersi rapidamente al lavoro.

Public company

Per il momento in Italia ce n’è una sola, si chiama Prismyan ed una multinazionale leader nel mondo nella produzione di cavi. La novità è che potrebbero presto (relativamente) essercene delle altre. Generali già si muove come se lo fosse e se Mediobanca scenderà come promesso sotto il 10 per cento e se al rinnovo degli organi sociali non si ricorrerà alle solite liste fatte dai principali azionisti in cordata, lo diventerà davvero. Montepaschi cosa sarà lo sapremo alla fine dell’aumento di capitale, ma un patto di sindacato con il 9 per cento con dentro la Fondazione Mps con il suo 2,5 ricorda i nocciolini duri di altri tempi e rischia di fare la stessa fine. E se quanto scritto sopra sulle fondazioni azioniste di Intesa San paolo e Unicredit si avvererà anche le due grandi banche saranno delle public compny. E poi c’è Telecom. Con lo scioglimento di Telco il primo azionista è Telefonica, che si trova il 15 per cento del capitale e nessun uomo in consiglio di amministrazione. Cesar Alierta, numero uno di Telefonica, non è tipo da mollare facilmente la preda, e quello che a lui interessa non è l’Italia ma il Brasile. Se il ceo Patuano e il presidente Recchi riusciranno a tenere duro a Rio de Janeiro forse Alierta potrebbe venire a più miti consigli. Il modo per testarlo sarebbe fare quello che Telecom avrebbe dovuto fare da tempo, cioè un robusto aumento di capitale. I tempi sono buoni, sarebbe il modo di conquistare la sua libertà, diventare una public company e ripartire.

Conclusione

Il vecchio sistema è (quasi) finito, quello nuovo probabilmente è migliore ma certamente è fragilissimo. Perché regga abbiamo bisogno di molti auguri. A sinistra, le acquisizioni estere di imprese italiane, per numero e per importo dal 2009 al primo quadrimestre del 2014

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