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La nuova Italia in mascherina

L’Italia ha messo fuori la testa. A metà. L’altra metà è coperta, incognita, come il futuro che l’attende. Più fase ½ che fase 2: il 99% dei volti di chi l’affronta è semi-nascosto dalla mascherina. Se già prima risaltava nelle sporadiche uscite o nelle immagini televisive, ora è un confronto ineludibile, che va dal vicino al portiere, dal tassista alla cassiera, dal passante sconosciuto all’amico non riconosciuto. La mascherina è il simbolo assoluto di questo tempo. Riassume la paura e la gentilezza, la confusione e la determinazione, l’ansia e (poiché non ci si arrende mai) la seduzione. Capovolge il proprio destino: da strumento di protesta a segno di obbedienza. Da vestimento per l’illecito a indumento dovuto. Da imposizione sofferta, già si ridisegna come variante modaiola. Nasconde e al tempo stesso comunica. Preclude, ma allude. Attraversare la città nel primo giorno di semilibertà guardando soltanto i semi-volti è un viaggio nel viaggio. Fino a tre mesi fa questo paesaggio umano sarebbe stato inimmaginabile. Negli aeroporti o durante le trasferte all’estero osservavamo con un misto di perplessità e compassione gli asiatici che indossavano la precauzione sul viso. Li consideravamo anacronistici, oppure ossessionati: la Sars era un ricordo d’inizio millennio, Carlo Urbani il nome di una via periferica. All’inquinamento, alle polveri sottili, abbiamo creduto di esserci abituati senza bisogno di filtri evidenti, saremmo stati troppo lontani quando una calligrafia fumé avrebbe tracciato sui nostri polmoni l’addizione che presenta il conto. Abbiamo rimosso una delle principali obiezioni al velo indossato dalle donne islamiche in occidente: “Questione di sicurezza, complica il riconoscimento”. Ed eccoci qui, forzati ad occultarci, senza altro comandamento che la nostra salvezza, come individui e come specie. Era solo l’inizio dell’anno 2020 e in preparazione al festival della canzone, che si sarebbe svolto a febbraio, si faceva polemica su un rapper mascherato (Junior Cally), si giudicava rischiosa la scelta di affidare la conduzione del programma a seguire a una cantante perennemente nascosta dietro un pezzo di stoffa (Myss Keta). Era il loro marchio, forse la sola originalità, la trasgressione fatta di nulla: dietro una porta chiusa tutto diventa possibile, per chi è fuori. Ora è costume di popolo, ce l’hanno tutti e la indossano con atteggiamento tra il divertito (finché è una novità) e l’affaticato (perché se ne indovina la durata).
I modelli sono stati variamente definiti all’esordio: da egoisti a solidali. Nel vederli con questa diffusione i significati sembrano variare. L’esemplare più comune resta la mascherina chirurgica. Nella sua semplicità trasmette molti messaggi. Il primo è un’attestazione di stima e vicinanza verso i medici e gli infermieri che l’hanno indossata nei luoghi e nei momenti di maggior diffusione del virus. Si intuisce anche una volontà di eguaglianza: niente personalizzazioni, colori, disegni, nulla che possa distinguere, siamo in questa barca tutti insieme. L’intercambiabilità esclude l’affezione all’oggetto, la trappola del possesso. Esorcizza un timore: che l’uso possa estendersi per un tempo, se non infinito, indefinito. Per questo le mascherine particolari, o peggio griffate, vengono guardate con sospetto. Chi le porta non sembra tanto fare della situazione un’occasione (che è un lodevole tentativo planetario) quanto certificarne l’incombente stabilità: dall’usa e getta al capo quattro stagioni il passo è pesante. La mascherina come gli occhiali: una scelta derisa nell’infanzia, necessaria nella maturità, che finisce per delineare l’immagine. Le declinazioni sono già cominciate: il governatore del Colorado, poi quello del Veneto, con i simboli del territorio; qualche altro politico con colori e tricolori che trasferiscono il messaggio prima affidato al distintivo, alla cravatta o alla felpa. Già se ne preparano di simili alle maglie delle squadre in attesa del ritorno negli stadi, o almeno nei bar, a seguire le partite. E intanto sbocciano a fiori, avanzano mimetiche, sorridono come il Joker. Di tutte quelle incrociate la più assurda mostrava una serie di teschi su fondo nero, agganciata alle orecchie di un anziano, iracondo con il suo cane.
Quale che sia la prescelta, l’etica della decisione non salva l’estetica della prima impressione. Qualcuno, esotico, ha paragonato: pellicani imbavagliati. Il modello a becco suggerisce l’avvenuto incrocio tra un uomo e una creatura disneyana. Si è goffi, anche se i movimenti non vengono intralciati. E gli occhi, specchio dell’anima? Affiorano, ma lenti; riflettono, ma opachi. Sono sguardi poco convinti del presente, retrocessi in quel passato che tutto permetteva ma, intenti a volere ancora di più, non lo si è, prima che capito, visto. Ora comprendiamo l’importanza della bocca, non soltanto per la lettura del labiale dei ministri, degli allenatori, ma soprattutto: da parte dei non udenti. Gli occhi ci provano, a dire, ma la bocca trattiene. Libera le parole, ma dimezza l’espressione. Occorre credere in un sorriso, scommetterci. E se non c’era, non avremo perso niente. In alcuni si percepisce lo stesso disagio mentale con cui i motociclisti affrontarono l’obbligo del casco: va bene, è per la mia incolumità, per non gravare sulla sanità pubblica, ma l’aria in faccia, il vento nei capelli? E adesso: anche il naso che inspira la vita, la dentatura esibita nella risata? La tentazione è l’ultima a morire. Lo capisci dai gesti. La donna che esce dal supermercato e sgancia l’elastico ripropone l’immancabile effetto disvelamento di qualunque parte del corpo in precedenza coperta. L’uomo che la incrocia, con la mascherina penzolante, emula L’interprete di un film (testo di Mogol): «dolcemente stanco come un medico che ha operato fino al mattino».

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