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Ecco la nuova governance Unicredit

Due innesti al vertice, un piano di cessioni (si torna a parlare di un 15% di Fineco, Pekao e Yapi Kredi) e azioni per rafforzare il capitale, varie migliorie alla governance per rendere più governabile ed efficiente un cda diviso e autoriferito. È il cimento che Unicredit deve sbrigare in venti giorni, e che ha visto soci stabili e consiglieri confrontarsi anche ieri, tra incontri e consulti telefonici, per risolvere la “crisi” aperta lunedì da chiudere sperabilmente con un rimpasto di consiglio il 9 giugno, per far posto al nuovo ad, e con probabilità a un nuovo presidente. Tuttavia non c’è un fronte compatto sui papabili sostituti dell’ad Federico Ghizzoni e del presidente Giuseppe Vita, né su come rilanciare la banca, con le Fondazioni che preferirebbero ripatrimonializzare tramite dismissioni e alleanze piuttosto che chiedere fondi agli azionisti. Sul mercato tra l’altro la banca, anche ieri peggiore delle altre (-1,48% a 2,79 euro, -45% nel 2016 contro il -21% dell’indice
Bloomberg
banche Europa), è attesa al varco. Per formare la coesione necessaria si dovrà definire un percorso formale e condivisibile da un quorum sufficiente di azionisti e di consiglieri sulle soluzioni alle gravose sfide del futuro prossimo (in autunno c’è il test Srep). Tanto gravose che stanno tra i pensieri del premier Matteo Renzi, che ieri ha ricevuto l’ad della banca olandese Ing Ralph Hamers per un incontro di cortesia istituzionale in cui il manager avrebbe «espresso apprezzamento per lo sforzo riformatore del governo». La prima mossa dovrebbe essere nominare dei cacciatori di teste – si contendono l’incarico Egon Zehnder e Spencer Stuart per incasellare i profili più adatti. I soci delle Fondazioni, imperniati su Caritorino, Cariverona, Carimonte, avrebbero sondato Carlo Cimbri, ad di Unipol che però ieri ha detto: «Sto bene dove sto, non è un’opzione sul tavolo». Tra i vari “ex”, invece, un’opzione cullata è richiamare Jean-Pierre Mustier, dirigente francese che guidò il ramo banca d’affari e ora è partner di Tikehau. Anche Marco Morelli, vice presidente di Bofa Europa, pare tra i pochi con le credenziali: ristrutturazioni fatte, esperienza estera, rapporti con le istituzioni. Formalizzare l’iter serve ad appianare le divergenze: da una parte Fondazioni e soci privati come Caltagirone, dall’altra gli arabi di Aabar rappresentati da Luca Montezemolo, in asse con certi soci del mercato, la consigliera Elena Zambon e Lucrezia Reichlin, economista nominata per le minoranze ma ora propensa ad accettare la presidenza in cambio di un “nulla osta” a un ad che piace alle Fondazioni. Per piacere agli investitori invece la banca cerca di anticipare le riforme messe in cantiere nel 2015, dopo il vulnus dell’assemblea che vide la lista di maggioranza prendere meno voti di quella di Assogestioni, composta di un nome solo. Tra le migliorie in fieri ci sarebbe l’aumento dei nomi per le minoranze (fino a tre), la riduzione dei consiglieri – ora 17, un anno fa 19, la Bce vorrebbe 15 – e dei componenti dei 4 comitati interni (quello di governance ha 7 membri, quello di controllo 9), l’aumento della loro “indipendenza”, anche rimuovendo il presidente da qualcuno di essi.
Ieri Unicredit è stata condannata a Bari a pagare 12,6 milioni ai curatori di Divania, azienda fallita nel 2011. La somma corrisponde al denaro perduto in derivati con la banca, che farà appello.

Andrea Greco

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