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«La nuova Ferrari resterà italiana»

Arrivano insieme alla conferenza stampa, Sergio Marchionne e Luca Cordero di Montezemolo, a bordo di una Ferrari guidata proprio dal presidente dimissionario. Montezemolo ha appena lasciato la società di cui è stato numero uno per 23 anni e nella quale era entrato oltre quarant’anni fa: «La prima volta che venni a Fiorano era il gennaio 1973, Enzo Ferrari mi disse: “Ho bisogno di un giovane come lei, sono troppi anni che non vinciamo in formula 1”», ricorda allungando una pacca sulla spalla a Marchionne, che sta al gioco e sorride. Domenica scorsa proprio una battuta critica di Marchionne sui risultati non lusinghieri in F1 negli ultimi sei anni è stata l’elemento che accelerato il passaggio di consegne. «Con Sergio ci siamo parlati molto, ci sono state incomprensioni nel weekend e anche il motore rotto da Alonso a Monza non ha giovato», ha sorriso Montezemolo. 
L’immagine offerta dai due manager è comunque di amicizia, così come le dichiarazioni, sia pure tra frecciate benevole. Marchionne: «Voglio ringraziarlo per l’amicizia, per il fatto che ci siamo sopportati bene per 10 anni». E Montezemolo: «Abbiamo cominciato a polemizzare nel 2002 al cda del Lingotto». Ma c’è anche diversità sul futuro del Cavallino. Su una cosa sono comunque d’accordo: la Ferrari deve tornare a vincere.
«Luca lascia un’azienda in stato di salute ottima», riconosce Marchionne. «Ma la gestione sportiva, Luca lo sa meglio di me, continua ad essere un elemento essenziale, perché vincere in pista fa parte del Dna, e lavoreremo come dannati per cercare di riconquistare posizioni». E Montezemolo chiosa: «Il mercato più in crescita sono gli Usa, dove la F1 non esiste, ma le vittoria sono in funzione della credibilità e della forza del marchio».
Ora si guarda al futuro, alla prossima quotazione a Wall Street dell’azionista (al 90%) Fiat-Chrysler sotto il nuovo marchio Fca: «È un momento storico», dice Montezemolo, «bisogna vedere da dove si è partiti, nel 2004 siamo stati chiamati (ai vertici Fiat, ndr ) in un periodo in cui solo Sergio e io sappiamo quanto era difficile, con un’azienda con molte più gambe nel baratro che non nel futuro. Prevedevo di andare via a fine 2015 ma siamo di fronte a una svolta epocale. Oggi è giusto che Ferrari contribuisca a un’operazione» come la quotazione americana, «ed è giusto che la conduca Marchionne, c’è bisogno di un unico regista».
Il giorno atteso per lo sbarco a Wall Street è il 13 ottobre, e fino a quella data Montezemolo resterà al vertice della casa di Maranello, da cui si congeda con una buonuscita di 27 milioni di euro (la metà da erogare in 20 anni). «Vedere che la Ferrari darà un contributo importante all’operazione che apre un ciclo nuovo mi riempie d’orgoglio. La Ferrari insieme alla mia famiglia ha rappresentato e rappresenta la cosa più importante della mia vita», dice commosso. «Ora avrò più tempo e meno stress, potrò andare a prendere a scuola mio figlio di 4 anni». E rivolto ai giornalisti, ridendo: «Mi mancheranno le cazzate che spesso avete scritto».
Al Museo Ferrari comincia dunque l’era Marchionne, che «resterà a lungo» al vertice. E promette: «Ferrari non sarà mai integrata in Fca, non la faremo inquinare da un sistema automobilistico di mass market. In Ferrari hanno avuto una libertà strategica e operativa che vogliamo continuare ad avere». E c’è un motivo: «Preservare l’esclusività del marchio». È un altro punto di accordo con Montezemolo: «Non sono tanti gli azionisti che vogliono vendere meno macchine», riconosce il 67enne presidente uscente parlando del limite delle 7 mila Rosse prodotte ogni anno, «noi abbiamo venduto meno macchine e portato più utili. Da quest’anno in poi ci sarà un piccolo fisiologico aumento, perché non possiamo avere liste di attesa che favoriscono solo i concorrenti». La difesa del marchio passa anche dalla italianità del Cavallino, dice Marchionne: «Sarebbe osceno, inconcepibile produrla in America o fuori dall’Italia. La Ferrari è e resterà a Maranello, non bisogna scherzare sulla realtà produttiva dell’azienda». La continuità è garantita anche dall’amministratore delegato, Amedeo Felisa.
La distinzione tra i due è sul passaggio generazionale chiesto da Marchionne. «Luca ha fatto un grandissimo lavoro nel ristabilire i conti di questa azienda. Negli ultimi sette mesi tra noi si sono intensificati i confronti su quanto sarebbe durato il suo impegno in Ferrari perché c’è esigenza di un passaggio generazionale. È stata una questione di convergenza su alcuni punti e mancanza su altre, e la tempistica ha creato le condizioni per il cambiamento. Io ho sempre insistito sulla governance e sulla prevedibilità delle successioni». In questo, spiega, il consiglio di amministrazione di Fca è sovrano: «Io penso a una serie di successori che possono rimpiazzarmi in ogni momento. Il consiglio sa qual è quell’elenco e qual è la mia preferenza in caso di successione».
La gestione unitaria di Ferrari in Fca non comporterà comunque cambi di strategia. La quotazione del Cavallino «non è nei piani adesso», chiarisce Marchionne, «non è né esclusa né inclusa». E in ogni caso «la responsabilità di Ipo Ferrari o di un aumento di capitale non è una scelta mia. Tutte le scelte strategiche dipendono dal cda». Escluso anche il famoso «polo del lusso» con Alfa Romeo e Maserati: «La Ferrari ha un segmento per se stessa».

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