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La norma salva-Mps una dote di tre miliardi per chi compra la banca

Il testo base della legge di Bilancio titola, all’art. 29, “Incentivi alle fusioni aziendali”. Nei palazzi romani c’è chi più prosaicamente ne parla come di regalo da 3 miliardi di euro a chi comprerà Monte dei Paschi. Banca il cui patrimonio, sceso a 6,77 miliardi per le perdite a settembre, è così vicino al minimo di vigilanza che già prepara un aumento da 2 miliardi, che a inizio 2021 vedrà il Tesoro versare per almeno il suo 68%.
Se la misura pensata in via XX Settembre arriverà integra a Palazzo Chigi, l’eventuale compratore Monte potrà computarsi la dote a capitale, per la trasformazione, ope legis, di 3,7 miliardi di attività fiscali differite (che Mps nella passata gestione tolse dal bilancio perché di fatto irrecuperabili) in crediti con l’Erario. A patto che, come recita il comma 1 della legge, «dal 1° gennaio 2021 al 31 dicembre 2021» compia «operazioni di aggregazione aziendale attraverso fusione, scissione o conferimento d’azienda », che consentirebbero «al soggetto rispettivamente, risultante dalla fusione o incorporante, beneficiario e conferitario», di accrescersi il capitale usando certe perdite fiscali della “preda”. La misura, si legge nella relazione tecnica, è rivolta a «tutto il sistema produttivo italiano, caratterizzato da una ridotta dimensione delle imprese, il 99% delle quali ha meno di 50 addetti ». Tuttavia, per come congegnata e per analoghe agevolazioni fatte e tentate sui crediti differiti bancari dal 2017, pare scritta apposta per rendere meno amaro l’acquisto della banca più antica del mondo, che il Tesoro è impegnato con l’Ue a riprivatizzare entro fine 2021: ma che non trova investitori né compratori dal 2016. La norma, utilizzabile «una sola volta per ciascun interessato», vale anche per «le attività fiscali differite non iscritte in bilancio», che non sono compensabili con l’imponibile perché manca la redditività prospettica. L’Erario si accontenterà di incassare una commissione del 25% di quanto trasformato, detraibile dalle tasse: quindi circa il 17% netto. L’altro vincolo è il tetto massimo del 2% dell’attivo dell’azienda acquisita: per i 146,28 miliardi di Mps fanno 2,925 miliardi. È una somma molto simile a quella a cui s’arriva sottraendo il 17% di commissione netta dai 3,7 miliardi di attività fiscali differite che la banca detiene «fuori bilancio».
Da luglio il Tesoro propone con discrezione a Unicredit il dossier Mps: dapprima l’ad Mustier avrebbe chiesto di farlo senza impatti sul suo capitale (condizione stimata proprio in 3 miliardi dal mercato). Ma venerdì Unicredit è tornata a smentire ogni possibile fusione. Vedremo se questo “incentivo” riavvicinerà Unicredit, o altri: tra le istituzioni romane c’è chi spera nel Crédit Agricole, sesto operatore in Italia.
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