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La «negoziazione» sarà obbligatoria

Negoziazione facoltativa. Ma non per tutte le cause. Il decreto legge approvato venerdì dal Consiglio dei ministri scommette molto (in attesa di una più ampia revisione del Codice di procedura affidata a una legge delega e ai futuri decreti legislativi) sulla inedita procedura che mette nelle mani delle parti, e dei loro avvocati, la possibilità di concludere in maniera forse meno aspra, certo più veloce, la controversia. Una facoltà, in parte. Che diventa però un “obbligo”, almeno come tentativo, per una importante area di cause. È stato infatti previsto che, sulla falsariga di quanto stabilito dalla tanto detestata (dai legali) conciliazione obbligatoria, la via della soluzione concordata rappresenta condizione di procedibilità per le liti sulle materie interessate dal Codice del consumo, per i risarcimenti danni da incidente, stradale o nautico, e per le richieste di pagamento sino alla soglia di 50mila euro.
Si può ricordare che le cause da risarcimento danni erano state in un primo momento inserite nel perimetro della conciliazione obbligatoria per poi esserne escluse circa un anno fa.
Per queste tipologie di controversie, prima di poter rivolgersi al giudice, bisognerà svolgere il procedimento alternativo, con l’obiettivo di scongiurare l’intervento dell’autorità giudiziaria. In questo contesto, la condizione di procedibilità si considera verificata se l’invito a siglare la convenzione non è seguito da adesione oppure è seguito dal rifiuto entro 30 giorni dal suo ricevimento. Tra le esclusioni da segnalare dall’ambito di applicazione della condizione di procedibilità, i procedimenti per ingiunzione, compresa l’opposizione, quelli in camera di consiglio e quelli di consulenza tecnica preventiva. Per quanto riguarda i costi, quando il procedimento di negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda, all’avvocato non sono dovuti compensi quando la parte è nelle condizioni di poter accedere al patrocinio a spese dello Stato.
In tutte le altre materie, la negoziazione assistita, la cui opportunità deve, se non vuole incorrere in una sanzione deontologica, essere sempre comunicata dall’avvocato al cliente, costituisce una semplice opportunità. Con un’avvertenza importante però: il decreto legge specifica che l’invito a stipulare la convenzione deve indicare, oltre all’oggetto della controversia, anche l’avvertimento che la mancata risposta o il rifiuto potrebbe non rimanere senza conseguenze. La vanificazione di fatto dell’invito all’accordo potrebbe infatti essere valutato come elemento importante della condotta sia per quanto riguarda l’attribuzione delle spese di giudizio, sia per responsabilità aggravata, sia per l’esecuzione provvisoria.
In ogni caso, la convenzione di negoziazione, che non rappresenta l’accordo, dovrà prevedere un tempo di almeno un mese per lo svolgimento della procedura, l’indicazione della materia della lite che non deve comunque riguardare diritti indisponibili (esclusione questa che accomuna la negoziazione all’altro procedimento alternativo, quello arbitrale, valorizzato dal decreto legge). La forma sarà sempre quella scritta e la conclusione deve prevedere l’assistenza di un avvocato.
Sempre gli avvocati sono chiamati a certificare l’autografia delle sottoscrizioni messe alla convenzione. Certificazione che gli avvocati svolgono anche sull’accordo nel quale può sfociare il procedimento di negoziazione. L’intesa, poi, che risolve la controversia costituisce titolo esecutivo e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Se con l’accordo viene concluso un contratto o compiuto un atto previsto dall’articolo 2643 del Codice civile serve però l’intervento dell’ufficiale di stato civile.

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