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La mossa di Draghi “Nuovo patto e eurobond per uscire dalla crisi”

Un diverso Patto di stabilità e soprattutto una sorta di eurobond per preservare i Paesi europei da nuovi shock finanziari. Li ha proposti ieri il premier Mario Draghi durante il Consiglio europeo al quale si è collegato anche il presidente americano Joe Biden.
Ma non è solo per la partecipazione di Biden al summit, che Mario Draghi ha spinto sul modello americano. È che la crisi ha fatto emergere tutte i limiti di un’integrazione politica ed economica parziale come quella europea: difficoltà nella produzione e nell’approvvigionamento dei vaccini, diffidenze reciproche, vecchie divisioni, complicazioni burocratiche, rischio di una fuoriuscita dalla recessione a più velocità. La pandemia, invece, deve essere — nel ragionamento di Draghi — l’opportunità per una forte accelerazione nel processo unitario.
Così, al termine del vertice, l’ex presidente della Bce — che oggi potrebbe tenere una nuova conferenza stampa — ha chiesto ai partner di stare attenti e di non sbagliare le mosse durante la ripresa dell’economia, che potrebbe arrivare già nella seconda parte dell’anno. «Dobbiamo disegnare una cornice per la politica fiscale — ha detto — che sia in grado di riportarci fuori dalla crisi». Quella cornice non sarà più il Patto di Stabilità e crescita, congelato fino alla fine del 2022. Serve un altro Patto. Un provvedimento che verrà presentato da Paolo Gentiloni — con il quale Draghi gioca di sponda — all’inizio dell’autunno. Subito dopo, inizierà la discussione tra i governi.
Il commissario italiano all’Economia intende concentrarsi in particolare sui criteri di rientro sul debito, ammorbidendoli. Significa ritoccare le regole sull’entità del taglio annuale del debito, ridimensionando pesantemente il Fiscal compact, lo strumento che ha imposto le pesanti politiche di austerity ai Paesi in difficoltà. Una linea, quella di Gentiloni, che sembra combaciare con le proposte di Draghi. Ma c’è di più. Si lavora anche a una Golden rule sugli investimenti verdi e digitali, dunque legati al Recovery , che verrebbero in qualche modo scorporati dal debito (mentre non è ancora chiaro se il tema degli eurobond entrerà nel Patto di stabilità o sarà posticipato in un momento successivo).
Quel che è certo è che il dossier di riforma del Patto avrà come inevitabile strascico politico una battaglia con i falchi rigoristi del Nord Europa. Un braccio di ferro a cui il premier italiano non si sottrarrà. A cui potrebbe seguire anche un altro scontro, per il momento rimasto sopito e non emerso ieri durante il summit. I Paesi del blocco mediterraneo — dunque anche l’Italia — si preparano a chiedere di aumentare la portata del Recovery, rispetto agli attuali 750 miliardi di euro. Per il momento si tratta solo di discussioni informali, a livello di sherpa, ma mai di dibattiti ufficiali. E questo perché tra maggio e giugno dovrebbe completarsi il percorso di ratifica del piano di resilienza nei Parlamenti dei Ventisette. Una volta superato questo ultimo scoglio, partirà il pressing .
Draghi sarà in testa alla compagine, assieme a Spagna, Portogallo, Grecia e, probabilmente, anche la Francia. La Germania per il momento nicchia. Scontato, ovviamente, che i falchi nordeuropei provino a mettersi di nuovo di traverso.
Ma la vera novità dell’intervento di ieri di Draghi sta nella proposta — peraltro già avanzata quando vestiva i panni di banchiere di Francoforte — di creare un titolo comune europeo. Non l’ha chiamato eurobond, ha preferito una formula meno popolare e più tecnica, ma la sostanza cambia poco: proprio come negli Stati Uniti — ha detto — serve anche in Europa un ” safe asset “, un titolo garantito dagli Stati membri che li preservi da nuovi eventuali shock finanziari. Un nuovo passo, dopo quello del programma del Nex Generation Eu, verso la condivisione del debito. E il modello è ancora quello americano: «Negli Usa — ha spiegato Draghi — hanno un’unione dei mercati dei capitali, un’unione bancaria completa e un safe asset. Questi elementi sono la chiave del ruolo internazionale del dollaro ». Senza questi strumenti, si riduce l’azione unitaria dell’Europa sul piano economico e finanziario, e dunque politico. Non basta la moneta unica, che non tutti in Europa hanno adottato.
Un titolo comune europeo, allora. «Lo so che la strada è lunga — ha insistito il presidente del Consiglio — ma dobbiamo cominciare ad incamminarci. È un obiettivo di lungo periodo, ma è importante avere un impegno politico». Spetta alla politica fare il primo passo, senza timidezze.
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