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La mossa di Sawiris per uscire dal Cairo

In Italia lo chiamano il Faraone. In Francia il Bouygues del Cairo. In Egitto, dov’è nato 58 anni fa, Naguib Sawiris è solo Naguib Sawiris, un nome che da sempre equivale a ricchezza. E non solo perché primogenito di Onsi, un latifondista cristiano in disgrazia con Nasser diventato poi il re dell’edilizia con Sadat, e ancor più con Mubarak. L’ingegnere Naguib e i due fratelli, studi alla scuola tedesca e in Europa, hanno fatto fruttare il patrimonio familiare in vari settori. Lui, Naguib, ha scelto le telecom: in patria, poi in Europa, Africa e Asia, perfino in Paesi difficili come Iraq e Corea del Nord. Il suo nome per decenni è stato così sinonimo anche di immenso potere e indiscusso successo. Dalla caduta di Hosni Mubarak, febbraio 2011, molto però è cambiato sul Nilo, anche per lui. Negli ultimi tempi il suo sogno di entrare in politica — a cui ha dedicato impegno e denaro ritirandosi da gran parte del business — si è rivelato un miraggio, per non dire un fallimento totale. Non è quindi un caso che ora voglia tornare agli affari. E all’Europa.
Partita doppia
In pochi giorni il magnate egiziano ha infatti presentato un’offerta a Telecom Italia per una quota nel prossimo aumento di capitale, pronto a investire «almeno due miliardi». Ha poi annunciato interesse per il secondo operatore telefonico in Francia, la Sfr del gruppo Vivendi, un’operazione valutata 13-14 miliardi da portare a termine, in caso, con soci. E altro potrebbe succedere presto: «Sono deluso dalla situazione in Egitto e in futuro penso proprio che farò molto più business che politica», ha detto Sawiris al Financial Times. «E quando ti sei sempre mosso nelle telecom è difficile uscirne, le opportunità sono molte», ha aggiunto, precisando però di non voler ricreare un colosso mondiale come fu la sua Orascom Telecom, con cui nel 2008 balzò al 60° posto tra i miliardari del mondo grazie a un patrimonio di 12,7 miliardi di dollari.
Venduta nel 2011 ai russi di Vimpelcom per 6,5 miliardi la maggior parte degli asset del gruppo, tra cui Wind in Italia (dove resta con libero.it), cedute le controllate in Grecia, Giordania, Austria e in altri Paesi, il patrimonio del tycoon egiziano è ora di «soli» 3,1 miliardi dollari, 367° al mondo. Ma almeno, ha detto, «per la prima volta in vita mia ho zero debiti, personali e societarie. Una posizione salutare».
Legami
Meno «salutare» è la sua posizione in patria. Nel trentennio di Mubarak, Sawiris non era certo estraneo alla «casta» che ha dominato il Paese. Critico a volte dell’inefficienza del sistema (mai del raìs), aperto sostenitore di leader vicini all’allora presidente (da Berlusconi a Bush, mentre «Obama è un comunista»), scoppiata la rivoluzione aveva capito che la svolta era inevitabile. «La mancanza di democrazia fa male all’Egitto e all’economia, Mubarak non deve andarsene ma basta con l’autocrazia», ci aveva detto tre giorni prima che il regime cadesse. Unico imprenditore ammesso ai negoziati politici in quei momenti confusi, si era fidato del suo potere e aveva fondato un partito, «Liberi egiziani». Ma alle elezioni era stata una débâcle. E mentre gli islamici si rafforzavano oltre ogni attesa, conquistando il parlamento e poi la presidenza, Sawiris infilava una gaffe dopo l’altra.
Passi falsi
«Errori enormi, li definirei, che un imprenditore e un politico non può permettersi e lo hanno fatto finire sulla lista nera», dice Ayman Ahmed, giornalista di Tahrir e analista politico indipendente. «A partire dal più stupido di tutti, la campagna con i topi islamici». Prima delle elezioni, Sawiris aveva postato su Twitter le caricature di Topolino e Minnie vestiti da integralisti, lui con la barba, lei con il velo totale, commentando: «Finiremo così». «Uno scherzo», si era poi giustificato, ma anche tra i laici pochi l’avevano difeso. «Altro che dialogo tra fedi – era il commento diffuso —, con la tensione che esiste tra copti e musulmani questa è benzina sul fuoco». Poi, continua Ahmed, «con i Fratelli musulmani al potere, mentre in patria diceva di non temerli “perché in fondo sono egiziani”, in Canada chiedeva l’intervento armato dell’Occidente per rovesciarli. Ha negato ma era su YouTube…». E ancora, recentemente, «gli articoli con insulti pesantissimi e volgari contro Alaa Al Aswany», il celebre autore di Palazzo Yacoubian, certo non islamico, stranoto anche per gli editoriali politici in difesa della rivoluzione. Che lo aveva appunto accusato per quell’appello dal Canada.
Affari in crisi
«L’Egitto si sta islamizzando, i cristiani hanno sicuramente problemi, molti portano soldi all’estero. Ma Sawiris sta pagando soprattutto per la sua arroganza e i suoi sbagli, nonché per i legami con il vecchio regime», commenta dal Cairo una fonte bancaria europea. «E i Fratelli musulmani, di cui molto si può dire ma non che siano stupidi, stanno ora indagando sui conti delle sue società, dagli aspetti fiscali ai contratti dei dipendenti, su cui Mubarak ha sempre chiuso gli occhi». Anche gli affari di Sawiris stanno infatti soffrendo in Egitto. Pochi mesi fa ha venduto ai francesi la sua Mobinil, che spartisce con Vodafone il ricco mercato della telefonia. Il tentativo di acquistare la banca d’investimento Efg-Hermes è andato in fumo. Resta certo presente nel Paese, che è sempre la sua base operativa e dove ora ha interessi soprattutto nei media. Ma il profilo è ben più basso di un tempo, e lo stesso vale per la politica che non ha abbandonato del tutto (l’uomo è noto per non arrendersi mai). Adesso, sta formando nuove alleanze in funzione anti-Fratellanza ma il progetto, dicono molti analisti egiziani, ha possibilità di successo pari a zero. Proprio come i suoi debiti.

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