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La mossa di Lew: Atene resti nell’euro

Giocano in casa, i tedeschi, al G7 dei ministri finanziari che inizierà ufficialmente oggi a Dresda. Ieri sera, però, non erano affatto di buonumore. Le continue dichiarazioni dei ministri greci che hanno punteggiato la giornata, in una fase delicata del negoziato tra Atene e i creditori in corso a Bruxelles, ha irritato la delegazione di Berlino. E nemmeno è piaciuto il segretario al Tesoro americano Jack Lew che, di passaggio da Londra sulla strada per il vertice dei Sette maggiori Paesi a economia di mercato, è sembrato mettere sullo stesso piano il governo ellenico e gli altri governi dell’eurozona per quanto riguarda le responsabilità nel trovare un compromesso. 
Ufficialmente, la crisi greca non è nell’agenda del G7 di oggi e domani. In realtà, sarà l’argomento caldo. Non solo perché lo è di suo: si trascina da mesi e pochi hanno certezze su cosa succederebbe se precipitasse. Ma soprattutto perché la riunione tra i ministri di Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Canada è destinata a essere un forum che porta la questione ellenica fuori dal circuito solito che vede impegnati gli europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi). Da tempo, Washington fa pressione sull’eurozona affinché un accordo che eviti l’uscita della Grecia dall’euro sia trovato in fretta. E ieri Lew non solo ha ribadito che non ci si dovrebbe fidare di un «falso senso di fiducia» nella solidità dei mercati di fronte a un improvviso precipitare della crisi. Ha anche detto che sì, Atene deve mettere a punto «un programma credibile» ma allo stesso tempo i creditori devono essere «flessibili». Lo preoccupa «un incidente» e invita «ognuno a impegnarsi di più».
La pressione americana sulla vicenda greca, non nuova, non è mai stata apprezzata a Berlino e non lo sarà nemmeno al vertice di Dresda. Vi partecipano, oltre ai ministri delle Finanze e ai governatori delle banche centrali dei Sette, il presidente della Bce Mario Draghi, la managing director dell’Fmi Christine Lagarde, il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici e i numeri uno di Banca mondiale, Ocse ed Eurogruppo. Le sensibilità e le posizioni di chi è coinvolto direttamente nella gestione del caso greco e di chi osserva da fuori ma teme ripercussioni sono una base sulla quale potrebbero prendere forma divergenze.
Grecia a parte, al vertice di Dresda — che gli organizzatori tedeschi definiscono informale, tanto che non dovrebbe esserci alla fine un comunicato ufficiale — i temi in discussione sono parecchi. Il rafforzamento delle misure per inibire la capacità di finanziamento delle organizzazioni terroriste. La crescita di rilevanza sui mercati valutari dello yuan cinese che crea frizioni politiche: l’Fmi dice che non è più sottovalutato artificialmente, il che significa che tra non molto potrebbe entrare nel paniere che forma gli Sdr, in pratica la valuta del Fondo, assieme a dollaro, euro, yen, sterlina; ma Washington — ieri Lew l’ha ribadito — è restia a credere che il valore dello yuan sia davvero stabilito dal mercato e non dalla gestione che ne fa il governo di Pechino. La cooperazione in tema di tassazione, anche delle multinazionali. Le regole di stabilità della finanza. E, soprattutto, l’analisi dell’economia mondiale, per capire come mai cresca poco e con molti disoccupati: per la prima volta, a discuterne sono stati chiamati anche alcuni economisti, tra i quali il premio Nobel Robert Shiller, Larry Summers, Kenneth Rogoff, Nouriel Roubini. Sarà però la Grecia il pivot del vertice.
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