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La mossa di Fiat, modello Pomigliano per tutti

MILANO — Fine (annunciata) del contratto nazionale. Nascita (altrettanto scontata) del contratto unico di gruppo. Sul modello noto: Pomigliano. Significa questo, per tutti i dipendenti italiani della Fiat e in tutte le fabbriche nazionali del Lingotto, la lettera di disdetta che Torino ha spedito ieri ai sindacati. Il linguaggio burocratico parla di «recesso, a far data dal primo gennaio 2012, da tutti i contratti applicati nel gruppo e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto». Ma il senso è quello. Si va a un «contratto Fiat». Come ormai anche Fim, Uilm, Fismic e Ugl sollecitavano, e come invece temeva la Fiom, inizia a chiudersi il cerchio aperto da Sergio Marchionne con le intese di Pomigliano, Mirafiori, Grugliasco. E di fatto sigillato già con l'uscita da Confindustria.
Ora si entra nel cuore della questione. Subito, visto che a gennaio manca poco più di un mese. A stretto giro di posta, dopo la lettera che Fiat Auto ha inviato ieri e che Fiat Industrial ha pronta, dal Lingotto partirà un'altra missiva: quella di convocazione dei sindacati (tutti, Fiom compresa) a «incontri finalizzati» a rimpiazzare il vecchio contratto nazionale dei metalmeccanici «con l'obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative».
Non ci sono grandi e vere incognite, tuttavia. Non sullo schema che il Lingotto metterà sul tavolo: il «contratto integrativo di primo livello» firmato il 29 dicembre 2010 a Pomigliano (che già lo applica e proprio in questi giorni ha avviato la produzione pre-serie della Panda), e approvato poi dai referendum anche a Grugliasco e Mirafiori. Non sulle reazioni dei sindacati.
Chi si era battuto per quegli accordi e li aveva sottoscritti — Fim, Uilm, Fismic, Ugl — aveva già cercato la mossa d'anticipo su quello che è comunque l'obiettivo dichiarato di Marchionne: se, come ha sempre detto l'amministratore delegato Fiat-Chrysler, «non possiamo avere contratti diversi nelle diverse fabbriche italiane», il negoziato per un contratto unico dell'auto è da mesi la richiesta delle stesse sigle sindacali «alleate» nel processo di riforma. Ed è vero che la lettera di disdetta, ieri, ha spiazzato quanti tra loro puntavano su una convocazione «neutra», senza lo spettro di una vacatio contrattuale (Rocco Palombella, segretario Uilm, lo definisce «un fatto grave», per poi però aggiungere: «L'azienda ci ha fatto sapere di voler concordare con noi condizioni migliorative. Siamo pronti alla sfida»). Ma è vero anche che, per altri aspetti, c'è un po' di gioco delle parti. Una questione di forma e insieme di sostanza: né il sindacato né (forse) il Lingotto possono dare l'impressione che tutto sia già scritto.
È in ogni caso chiaro che c'è ben più di una base. Erano ampiamente preannunciati e attesi da ognuno dei protagonisti (Fiom inclusa) sia l'avvio dell'iter sia il punto di partenza-approdo: l'estensione del «modello Pomigliano» a ognuno degli oltre 70 mila dipendenti italiani Fiat. Ed era scritta, in fondo, la stessa data di addio al vecchio sistema. Il 31 dicembre 2011 scadrà l'ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici siglato anche dalla Fiom. Non è un dettaglio secondario, nella dura partita tra le tute blu Cgil e Torino: a quel punto, se vorrà mantenere una rappresentanza nelle fabbriche, in base allo Statuto dei Lavoratori Maurizio Landini dovrebbe firmare gli accordi aziendali. Cosa che — lo ha ripetuto anche ieri — non farà mai.
Il rischio, per la Fiom, è restare fuori dagli stabilimenti. Per questo la Cgil, insieme a Cesare Damiano per il Pd, ha subito definito la mossa Fiat «destabilizzante». E per questo già in mattinata, dunque prima di sapere della disdetta che fa temere «un nuovo passo verso l'estero» all'inedito tandem composto da Pierferdinando Casini e Antonio Di Pietro, Landini prometteva una volta di più: «Andremo avanti con azioni legali e denunce». Col che non ricomincerà solo lo scontro con l'azienda: si amplia pure la frattura con il resto del sindacato. Bruno Vitali, segretario Fim, ieri ammetteva che «la disdetta mette la Fiat in posizione di forza, ma noi dobbiamo trattare per un contratto più ricco per i lavoratori». Di qui l'invito alla Fiom: «Se non firma si chiama fuori da sola. Sarebbe meglio perciò sporcarsi le mani e stare al gioco». Succederà? Nessuno ci crede. «E questo porterà altra confusione. Mentre a noi serve chiarezza».

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