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La mossa di Draghi accelera la svolta 60 miliardi per le banche, poi il rischio crac

Mercoledì sera, a Francoforte, nella sede della Banca centrale europea, durante la periodica cena del Consiglio dei governatori dell’Eurozona, Mario Draghi ha relazionato sull’incontro che aveva avuto la mattina con il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis. L’esponente del nuovo governo di Atene gli aveva esposto l’intenzione di uscire, con la fine di febbraio, dagli accordi di salvataggio (bailout) organizzato a favore della Grecia da Ue, Bce e Fondo monetario internazionale (la troika). 
Sono quegli accordi in base ai quali Atene riceve denaro e in cambio dovrebbe realizzare gli impegni che si è presa: bilanciare i conti pubblici e fare una serie di riforme strutturali. Del bailout, Syriza, il partito di Alexis Tsipras ora al governo, dice di non volerne più sapere. Varoufakis lo ha ribadito a Draghi. Significa che Atene non avrà più vincoli, riconquisterà sovranità, ma non avrà nemmeno più aiuti in denaro. Nel giro di qualche mese, potrebbe arrivare l’insolvenza, se tra Grecia e governi europei non si troverà un accordo diverso per andare avanti senza traumi. Varoufakis avrebbe voluto vendere, mentre i negoziati si svolgeranno, titoli di Stato alle banche elleniche e incassare subito: le banche li avrebbero poi usati come garanzia per ottenere denaro dalla Bce, nel quadro delle cosiddette Open market operations.
Il problema è che finora le banche greche hanno potuto fare queste operazioni grazie a un’agevolazione. Infatti, i titoli di Stato di Atene sono junk-bond, la Bce non li potrebbe accettare come collaterali: lo fa solo se la Grecia è all’interno di un programma di salvataggio, cioè quello che Tsipras e Varoufakis non vogliono.
Alla cena dei governatori, dunque, non restava che prendere atto delle intenzioni del governo di Atene e sospendere il finanziamento delle banche elleniche. In altri termini, la Bce ha chiesto di vedere le carte: se è un bluff e non ha altre fonti di finanziamento, Atene dovrà chiedere di prolungare il bailout o rischiare di finire insolvente.
A meno che entro fine mese non trovi un accordo con i partner europei. E qui sta probabilmente il motivo per il quale la Banca centrale europea è intervenuta immediatamente, a tarda sera, e ha deciso di non aspettare il 28 febbraio per sospendere le operazioni di finanziamento alle banche greche ma di anticiparne la fine all’11 febbraio, alla vigilia del Consiglio straordinario deli capi di Stato e di governo, che discuterà di Grecia.
A quella riunione, Varoufakis sarà senza rete, cioè senza consistenti fonti di finanziamento: se non le operazioni di emergenza che può effettuare la banca centrale greca, pare autorizzata dalla Bce ad arrivare a 59,5 miliardi con i quali dovrà sostituire i finanziamenti ricevuti finora (dietro garanzia bond greci) che ora deve restituire. Attorno al tavolo, sarà colui che ha bisogno di strappare un accordo. Indebolito.
Per parte sua, Draghi ha chiarito la posizione legale della Bce che non può accettare junk-bond, si è fatto da parte e ha detto che il problema greco lo devono risolvere i governi e non la banca centrale, ha stabilito che occorre fare in fretta. Alcuni osservatori sostengono che sia stata la Bundesbank a volere la mossa dura della Bce: da quel che si capisce, però, in questo caso non ci sarebbe stata divergenza di opinioni tra Draghi e il presidente della banca centrale tedesca Jens Weidmann.
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