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La monetizzazione delle Dta resta al buio per le imprese

Una norma abbandonata a sé stessa. La possibilità di convertire le imposte anticipate (Dta) iscritte (o iscrivibili) in bilancio a fronte di perdite fiscali ed eccedenze Ace riportabili – prevista dall’articolo 55 del Dl “cura Italia” – ha già superato metà del periodo di efficacia (previsto sino a fine d’anno) senza correzioni normative o chiarimenti interpretativi. Al punto che, dopo l’interesse delle prime settimane, oramai non se ne parla neppure più. Peccato, perché l’obiettivo individuato dalla relazione accompagnatoria al provvedimento è condivisibile: incentivare la cessione di crediti deteriorati che le imprese hanno accumulato negli ultimi anni, anche per effetto della crisi finanziaria, trasformandoli in liquidità.

La stesura della disposizione, tuttavia, è talmente controversa che un’applicazione pratica è quasi impossibile, al punto che, più che i chiarimenti delle Entrate servirebbe un nuovo passaggio legislativo con modifiche significative. E un prolungamento negli effetti, almeno a tutto il 2021.

Le criticità da risolvere

Vediamo le caratteristiche (e i dubbi) principali.

1.Si applica solo alle «società» (non in dissesto), non necessariamente di capitali, anche se l’assenza di un bilancio depositato potrebbe, in via interpretativa, “tagliar fuori” le società di persone.

2.Consente, a fronte della cessione a titolo oneroso entro il 31 dicembre prossimo di crediti (commerciali e finanziari) vantati verso debitori inadempienti (da almeno 90 giorni), la trasformazione di Dta, ossia attività per imposte anticipate (anche non iscritte in bilancio) in crediti d’imposta, purché riferite a perdite fiscali o eccedenze Ace non ancora utilizzate alla data della cessione.

3.Fissa un doppio limite: da un lato, il 20% del valore nominale dei crediti ceduti (escludendo quelli infragruppo o, comunque, intervenuti tra società controllate indirettamente dallo stesso soggetto) e dall’altro l’importo complessivo di 2 miliardi di euro a livello di gruppo. È evidente, comunque, che, spesso, il vero limite sarà costituito dalle Dta trasformabili.

4.La trasformazione è condizionata all’esercizio dell’opzione di cui all’articolo 11, comma 1, del Dl 59/2016, richiamo che produce più di un dubbio applicativo e che fa riferimento al pagamento di un canone dell’1,5% dell’importo trasformato.

L’effetto della disposizione è che un importo potenzialmente “scontabile” da futuri imponibili diventa un credito che può essere (senza limiti di importo, come prevede il comma 2) compensato, ceduto o chiesto a rimborso. Sulla compensazione non sembrerebbero applicabili le limitazioni imposte dall’articolo 3 del Dl 124/2019 (visto di conformità compreso), perché si tratta di crediti che non emergono dalla dichiarazione, ma il punto va chiarito ufficialmente.

Gli interrogativi

Altri aspetti presentano più di un interrogativo. La trasformazione, ai sensi del comma 1, avviene «alla data di efficacia della cessione dei crediti». Siccome è possibile che tale data sia anteriore alla presentazione della dichiarazione dei redditi 2020 per il 2019, ci si chiede se le perdite fiscali e le eccedenze Ace da considerare sono quelle emergenti dalla dichiarazione 2018 o quelle che emergeranno a dichiarazione 2019 presentata. Laddove, invece, la “conversione” da Dta a crediti d’imposta avvenga dopo la presentazione del modello dichiarativo relativo al 2019, sarà quest’ultimo, presumibilmente, a fornire la base di calcolo, mentre la successiva dichiarazione darà conto dell’utilizzo (facendo attenzione al fatto che la trasformazione è irrilevante tanto ai fini Ires che Irap, anche se sottrae le eccedenze convertite al loro originario utilizzo).

Le tempistiche e il canone

Il dubbio principale, oltre al caso del consolidato, riguarda l’opzione, che (se non già esercitata) va operata «entro la chiusura dell’esercizio» in cui ha effetto la cessione ma ha efficacia a partire dall’esercizio successivo.

In che cosa consiste, concretamente, tale efficacia differita? Se l’esercizio dell’opzione condiziona la trasformazione e se questa ha effetto solo dal 2021, è ipotizzabile una compensazione operata già nel 2020 a fronte di crediti ceduti, poniamo, a settembre? Rispondere negativamente significherebbe bloccare fino all’anno prossimo una misura pensata per attribuire liquidità, il che appare poco coerente. E la cessione dei crediti deteriorati deve per forza essere pro soluto o può anche essere pro solvendo?

Circa il canone, dalla relazione tecnica emergerebbe un pagamento annuale stimato sino al 2031 ma, premesso che la motivazione per cui fu introdotto il canone mal si attaglia all’odierna fattispecie di trasformazione, la base di calcolo è costituita «dalla differenza tra l’ammontare delle attività per imposte anticipate e le imposte versate come risultante alla data di chiusura dell’esercizio precedente» (comma 2, articolo 11 del Dl 59/2016) , differenza che nelle società commerciali sarà spesso pari a zero. Un altro interrogativo che blocca l’utilizzo di questa norma.

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