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La moda accelera sul reshoring

«A un certo punto, nel 2015, abbiamo dovuto abbassare le stime di crescita. Troppe le variabili economiche e geopolitiche esterne, fuori dal nostro controllo ma con un fortissimo impatto su tutti noi e in particolare sull’export. Però abbiamo pur sempre chiuso l’anno in crescita e per il 2016 prevediamo un ulteriore miglioramento dell’export e dei fatturati nella parte a valle della filiera».
Quello di Claudio Marenzi, presidente di Sistema moda Italia, è cauto ottimismo: all’assemblea della federazione del tessile-moda-abbigliamento, l’imprenditore ha ricordato il peso economico del settore (quasi 53 miliardi il fatturato 2015, grazie a 47mila imprese e oltre 400mila addetti diretti) e ha elencato le priorità della sua presidenza: «Siamo l’unico Paese al mondo ad avere una filiera intatta e per preservarla occorre puntare sul reshoring. Lo stiamo facendo con progetti pilota in Veneto e Puglia, grazie alla collaborazione di Pwc per la consulenza e del Mise per aspetti cruciali come quello delle agevolazioni fiscali». Marenzi ha inoltre ribadito l’impegno – pure questo di filiera – per la sostenibilità e quello per costruire un diverso rapporto con le banche, con le istituzioni e con i sindacati.
Temi ripresi, insieme a molti altri, da Vincenzo Boccia, intervenuto all’assemblea di Smi: «In Europa l’industria italiana è seconda solo alla Germania. Ma le imprese tedesche pagano il 20% di tasse in meno, risparmiano il 30% sull’energia e hanno uno spread inferiore, solo per citare i loro principali vantaggi competitivi – ha detto il presidente di Confindustria –. C’è quindi qualcosa di miracoloso nel riuscire a fare impresa in Italia. Però non è più il tempo di resistere, occorre reagire: oltre a constatare i problemi bisogna avere una visione». L’auspicio di Boccia è che questa visione sia sempre più condivisa dai sindacati e dalla politica.
«Ognuno si prenda le sue responsabilità: essere imprenditori non significa solo produrre e le aziende devono rafforzarsi al loro interno, partendo dalla formazione – ha aggiunto Boccia –. Il Governo perfezioni la politica industriale, partendo non dai settori ma dai fattori di produzione, che oggi sono quattro: oltre a capitale e lavoro ci sono conoscenza e formazione. I sindacati facciano la loro parte: se devo commentare le elezioni amministrative, direi che siamo entrati in una fase post-ideologica e spero che tutti saremo all’altezza di nuove sfide».
Il sottosegretario Ivan Scalfarotto, che è anche presidente del Comitato per la moda voluto dal ministro Carlo Calenda, ha confermato la posizione del Governo al sostegno del made in Italy («nel 2016 investiremo 164 milioni, che si aggiungono ai 260 del 2015»), soprattutto in un’ottica di internazionalizzazione. «Siamo impegnati per abbattere barriere e dazi e sosteniamo il Ttip, il trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Vogliamo poi dare un contributo nel riprendere il dialogo con la Russia per il problema delle sanzioni internazionali legate alla guerra di Crimea. Inoltre, lavoriamo con mercati emergenti come l’Argentina e continueremo la battaglia a Bruxelles per il made in obbligatorio». Un tema cruciale anche per Marenzi, che ha ricordato come l’Europa sia «l’unica area al mondo priva di un sistema di etichettatura obbligatoria sull’origine del prodotti».

Giulia Crivelli

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