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La mini-sterlina Il crollo (-17%) ora aiuta l’export E se poi impoverisce gli inglesi?  

La Sindrome della Marmite sembrava avere preso piede nel Regno Unito. E’ durata 24 ore, ma potrebbe rivelarsi una metafora del futuro dell’economia britannica. Unilever dice di dovere aumentare il prezzo dell’orribile, almeno per gli italiani, crema spalmabile (cascame della produzione della birra) soprattutto a causa della svalutazione della sterlina, crollata del 17% dal referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno. Si è così aperto un contenzioso con la grande catena di supermercati Tesco che ha tolto i barattoli dagli scaffali in quanto Marmite è interamente realizzata con prodotti britannici, non soggetti alle variazioni del cambio: aumento ritenuto dunque ingiustificato.

Il fatto è che la Gran Bretagna è spaccata in due. Quelli che sono contenti della Brexit, dei quali si può approssimativamente dire che adorano la Marmite. E coloro che si oppongono sia all’uscita dal mercato unico della Ue (ancora oggi dopo il referendum) sia alla crema più famosa delle isole britanniche.

La metaforaL’iniziativa dell’Unilever, dunque, era in qualche modo un attacco ai Brexiter, i cittadini più legati al modo di vita e ai gusti della Old Britannia: ricordava loro che l’effetto al momento più evidente dell’uscita dalla Ue, il crollo della sterlina, ha effetti negativi proprio su di loro. Tesco li ha difesi e alla fine i due giganti hanno trovato un compromesso. Tutto questo detto non solo per aggiungere un argomento alla percezione di una Brexit caotica: anche per dire che la svalutazione della sterlina è uno dei contenziosi più interessanti. Per il Regno Unito ma anche per l’Europa.

C’è una corrente di pensiero secondo la quale la perdita di valore del pound avrà effetti negativi, alcuni subito – i prezzi della Marmite e dei gelati Ben and Jerry – ma parecchi nel medio periodo. La valuta debole si farà sentire sui prezzi delle importazioni; sul minore potere d’acquisto di chi va all’estero, sia un globalista che viaggia in America e Asia o sia un Brexiter che va a bere birra in Costa Brava; e sull’inflazione che aumenterà, mettendo sotto pressione i salari. Ce n’è una che invece ritiene vero l’opposto, pensa che la svalutazione avrà effetti salutari e strutturali. Da una parte renderà più facili le esportazioni, con una maggiore crescita dell’economia e dei valori di Borsa come è successo sempre dopo le svalutazioni del pound del 1949, del 1967, del 1985, del 1992 (anche se al giorno d’oggi, in un mondo di servizi più che di merci, l’export è meno sensibile che in passato al prezzo). Dall’altra ridurrà il deficit della bilancia commerciale e dunque la necessità di fare affluire capitali in Gran Bretagna dall’estero. Con un effetto di ribilanciamento dell’economia, più favorevole alla manifattura e alle regioni del Nord del Paese e meno centrato sui servizi e sulla finanza di Londra.

L a partitaSi vedrà. Chi sostiene la positività nella svalutazione della sterlina, comunque, dice implicitamente (in qualche caso esplicitamente) qualcosa anche all’Eurozona. Cioè che nei casi di choc, come è stata la Brexit, per un’economia è meglio avere una valuta che fluttua invece che una valuta comune: se la sterlina non avesse potuto svalutarsi, l’aggiustamento sarebbe dovuto avvenire attraverso una riduzione dei salari o una maggiore disoccupazione, come è successo in Grecia. Teoria sulla quale si può discutere, perché non tiene conto di molti fattori e va provata in futuro, ma che comunque pone un elemento di riflessione.

Sta di fatto che la Gran Bretagna è destinata a cambiare. Non è però scontato in quale direzione. La nuova prima ministra Theresa May ha presentato un programma di abbandono del Regno Unito post-thatcheriano, aperto al business, non protezionista, pro libero mercato. Una scelta che ha influito pesantemente sulla svalutazione della sterlina degli ultimi giorni. E che non è condivisa non solo dalle imprese e dalla City ma anche da una parte del suo partito conservatore. La signora May, in altri termini, ha letto la scelta della Brexit più da sociologa che da giurista: il quesito riguardava l’uscita dalla Ue; la primo ministro, invece, ci vede soprattutto l’arrabbiatura di una parte dei cittadini contro la globalizzazione e contro le imprese. Con il risultato che parla di generica chiusura delle frontiere agli stranieri senza chiarire cosa significhi; che parla di partecipazione dei lavoratori ai consigli d’amministrazione delle imprese; che si mostra ostile verso la ricchezza, caratteristica che raramente è stata dominante in Gran Bretagna. Propone insomma una svolta che non è detto sia quella che vogliono molti britannici, le cui famiglie hanno prosperato per decenni in un quadro di economia aperta. Nella quale bene o male convivevano Marmite e Champagne.

Danilo Taino

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