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La mina degli avviamenti nei conti Telecom Italia

Il goodwill resta una mina vagante nei conti di Telecom Italia. Dopo i 7,3 miliardi di write-off del 2011, lo scorso anno il gruppo ha effettuato ulteriori svalutazioni di avviamenti per 4,3 miliardi, che sarebbero state molto più alte se si fosse ampliato l’orizzonte temporale del test. Di questo passo, nel giro di un anno e mezzo, rischiano di andare in fumo i 6 miliardi di riserve residue, alle quali Telecom ha attinto finora per continuare comunque a pagare i dividendi.
L’ipotesi è tutt’altro che peregrina. Perchè in bilancio sono rimasti ancora ben 32,172 miliardi di avviamenti, pressochè tutti ereditati dalle fusioni Olivetti-Telecom e Telecom-Tim (l’ultima di otto anni fa), mandate in porto quando prezzi e prospettive erano completamente diversi rispetto a oggi. La Consob, a riguardo, ha chiesto un’integrazione all’informativa di mercato. E la risposta della società, fornita all’assemblea annuale, non è stata per nulla tranquillizzante. Il grosso dell’impairment che ha mandato in rosso anche i conti dello scorso esercizio, 4 miliardi, è appunto relativo al mercato domestico e, come ha spiegato la società, «legato prevalentemente agli effetti del peggioramento dello scenario congiunturale, nonchè al contesto di mercato caratterizzato da forti dinamiche competitive e di riduzione delle tariffe». Dunque – è l’avvertenza – se il trend negativo fosse confermato, questi elementi di incertezza «sarebbero potenzialmente suscettibili di determinare in futuro analoghi effetti svalutativi».
Già nel 2012 l’effetto avrebbe potuto essere più pesante, se non fossero stati introdotti quegli «elementi di discontinuità» nella procedura – il principale è l’allungamento dell’orizzonte prospettico da tre a cinque anni – che Telecom ha motivato con l’esigenza di raccordare il periodo della semina con quello del raccolto. In sostanza, poichè il piano al 2015 è appesantito dalle uscite per investimenti in banda ultralarga, mentre i ritorni, le entrate, si dispiegano in un arco temporale più lungo, «il management ha ritenuto che l’utilizzo delle proiezioni a tre anni (come fatto in passato) avrebbe portato a sottostimare il valore recuperabile delle unità di business per le quali l’impairment test dell’avviamento di fonda sul Dcf (l’attualizzazione dei flussi futuri, ndr)». Cinque anni, anzichè tre, perciò, per poter ricomprendere «gli effetti attesi di stabilizzazione dei ricavi e dell’Ebitda».
Altre modifiche apportate nella verifica del valore recuperabile degli avviamenti sul 2012 sono relative al confronto fra le previsioni e il consenso degli analisti, nel senso che sono stati “sterilizzati” «gli effetti legati alla polarizzazione delle previsioni rispetto agli scenari estremi relativi all’andamento economico del Paese e del piano di investimenti, nonchè, di riflesso alla dinamica dei ricavi». In particolare, spiega la nota informativa, la sostenibilità delle previsioni fino al 2017, sempre sul critico mercato italiano, «è stata verificata riconducendo le previsioni della società entro l’intervallo delle previsioni degli analisti», nella prospettiva di «crescita zero». Scelta di prudenza coerente con le stime di mercato e con le difficoltà del contesto che nell’ultimo esercizio hanno causato scostamenti, in peggio, rispetto alle previsioni del piano industriale.
Le prossime forche caudine a fine giugno, quando normalmente è effettuato il test di metà anno. Ma già l’8 maggio, quando il consiglio esaminerà una trimestrale che si preannuncia complessa, si potrà avere un’indicazione di quanto la crisi abbia pesato sulla compagnia telefonica di bandiera, di suo già gravata da un debito (lordo) dell’ordine di 40 miliardi. Al prossimo board si dovranno anche tirare le fila sull’opzione 3 e soprattutto continuare il discorso dello scorporo della rete. Una prospettiva quest’ultima che giustifica il rimbalzo del titolo, ieri salito del 6,32% a 0,614 euro.

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