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Se la Mifid2 recita (un po’) a soggetto

Quale risparmio avremo dopo il primo anno di Mifid2? La normativa, infatti, con l’obiettivo di tutelare i piccoli investitori tramite la trasparenza e l’armonizzazione nei paesi europei, ha modificato diverse regole nel mondo degli investimenti e della consulenza finanziaria. E, come sempre succede nei processi di cambiamento, si è subito accesa la discussione su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ecco che cosa ne pensa Marco Deroma, neo presidente di Efpa Italia: «L’obbligo di esplicitare tutti i costi finora non dichiarati: da quello del prodotto a quello della distribuzione, fino agli oneri pubblicitari, renderà il cliente più consapevole e, stimolando la competizione tra gli operatori, abbasserà il costo medio del servizio d’investimento e una maggiore selettività dei professionisti. Tutti vantaggi per l’investitore che usufruirà di un servizio più efficiente, a costi più contenuti, mentre i consulenti dovranno aumentare l’impegno formativo e avvalersi sempre di più di supporti tecnologici».

E qui si apre il dibattito su aggiornamento professionale e certificazioni delle competenze. Sembra, infatti, che non tutti i paesi membri abbiano recepito in modo omogeneo le linee guida di Esma, l’Autorità europea degli strumenti e dei mercati finanziari, a cui è stato affidato il compito di fissare i criteri da adottare per raggiungere in modo uniforme gli obiettivi definiti nella Mifid2.

Per valutare se sussistono gli standard comuni nell’attuazione dei requisiti e delle competenze per svolgere la professione, Efpa Europe ha condotto un’indagine tra gli Stati membri, sotto forma di questionario. «Dai primi dati della ricerca — spiega Deroma — sono emerse difformità nel recepimento di alcune norme, tra cui la definizione delle attestazioni di competenze, dimenticando che in Europa esistono già certificazioni, come quelle di Efpa, che rispettano tutti i requisiti previsti dalla norma». Efpa ritiene che la richiesta di un livello minimo di formazione regolamentata per accedere alla qualifica professionale debba essere inclusa negli Orientamenti.

Il fatto che siano solo alcuni Stati ad adottare questo prerequisito potrebbe rendere difficile la circolazione dei professionisti all’interno dell’Ue. Un’ incongruenza da sanare è stata rilevata anche in Italia. Nel documento finale di Consob non è stata prevista la separazione tra formazione e certificazione. In altre parole, il corso di formazione e gli esami finali possono essere organizzati direttamente dagli stessi intermediari presso i quali lavora il professionista, con un potenziale conflitto d’interesse. Efpa Italia, intanto, ha riorganizzato le materie per ottenere le tre certificazioni. I professionisti che hanno già conseguito un certificato Efpa sono oltre cinquemila.

Patrizia Puliafito

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