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La metamorfosi di Bankitalia determinante per l’Europa ma il governo non l’ascolta

Quando è nata la Banca d’Italia 120 anni fa, l’Italia era qualcosa di simile alla zona euro oggi: un’unione giovane, tutt’altro che di successo vista la bassa capacità di crescita che dimostrava, monca di alcune delle istituzioni necessarie a farla funzionare. E come l’unione bancaria europea del 2014, anche la Banca d’Italia in qualità di istituto di emissione è nato da una crisi. A llora quella della Banca Romana. Oggi è quella dell’euro, che scava nuovi fossati fra i sistemi finanziari dei Paesi del club. Che l’istituto di Via Nazionale sia arrivato in salute fino a qui, alla vigilia dell’assemblea annuale di venerdì prossimo a Palazzo Koch, depone sicuramente a favore del futuro dell’euro. Come le istituzioni dell’Italia unita, di cui nel 1893 si metteva ancora in dubbio la tenuta, anche quelle dell’unione monetaria evolvono attraverso la crisi. Lo fanno più in fretta quando il sistema è spalle al muro e si bloccano nelle fasi di calma apparente. Ma Palazzo Koch vive un paradosso in più: proprio la trasformazione istituzionale di Eurolandia in risposta alla crisi sta cambiando fra gli italiani la percezione sulla loro stessa banca centrale. Non c’è solo la politica monetaria, che ormai da 15 anni viene decisa a Francoforte (benché con il contributo e il voto dei rappresentanti di Bankitalia). Né solo l’Omt, il nuovo programma di interventi (condizionati) sui mercati del debito sovrano, che fa della Bce il vero prestatore di ultima istanza anche dell’intera economia europea. Da quest’anno si trasferirà a Francoforte anche un’altra competenza tradizionale dell’istituto nato 120 anni fa dallo scandalo della Banca Romana: la vigilanza sulle banche più grandi del paese sarà guidata e determinata direttamente dall’Eurotower. Un esperimento dà la misura di come sia cambiata la percezione della Banca d’Italia. Mettete in Google Trend il nome di Ignazio Visco, l’attuale governatore. Il sistema permette di misurare quante volte un dato nome viene ricercato sulla rete: noterete che dopo il picco nel momento della sua nomina, nell’ottobre del 2011, si è quasi smesso di cercare informazioni su Google a proposito di Visco. Passato il clamore della designazione, le ricerche sul suo nome sono ridiscese in fretta al 2% del livello massimo. Oggi sono allo zerovirgola. Provate però lo stesso test sul nome di Mario Draghi, predecessore di Visco al vertice di Palazzo Koch. Anche nel suo caso la nomina nel 2005 corrisponde a un’ondata d’attenzione su Google che poi si dissolve in pochi giorni. Ma sul nome di Draghi le ricerche restano sempre al 12% del picco e negli anni successivi non scende mai sotto al 5%. L’ex governatore, quando ricopriva il suo ruolo a Palazzo Koch, suscitava più curiosità su Google dell’attuale. Si può attribuire questo scarto alle diverse personalità dei due. Oppure al trattamento e all’attenzione dei media. La spiegazione più solida però è probabilmente di natura istituzionale: gli osservatori in genere, in questo paese in particolare, si sono convinti che la migrazione dei poteri da Roma a Francoforte abbia tolto rilevanza alla Banca d’Italia. Capire cosa fa, cosa pensa e chi la guida non sembra più urgente come prima. La rete, come il mercato nell’era degli scambi elettronici, non ha sempre ragione. Tende a esagerare in eccesso o in difetto. Nel caso della Banca d’Italia sembra essersi aperta una vera e propria dissonanza cognitiva: allo stesso tempo viene vista come un’istituzione venerabile ma fatalmente non più incisiva. Quando fra il 2008 e il 2012 ha ridotto di oltre il 10% il numero dei dipendenti, che oggi sono circa settemila, superando di fatto la struttura su base provinciale, molti vi hanno visto il primo ripiegamento di una struttura ormai obsoleta. Di qui il passo a rimettere in circolazione nel Paese le risorse custodite dall’istituto centrale rischia di essere breve. Fulvio Coltorti, ex capo dell’ufficio studi di Mediobanca, questo mese ha sostenuto che Via Nazionale versa al Tesoro utili da signoraggio molto inferiori rispetto a quanto fanno la Bundesbank o la Banque de France con i relativi governi. Coltorti sottolinea anche che le riserve in oro, frutto dei surplus esterni dell’Italia negli anni del miracolo, sfiorano gli 80 miliardi di euro. E che a suo parere, nel confronto con le omologhe europee, la Banca d’Italia ha un “eccesso di patrimonio” per 14-15 miliardi. Implicitamente il patrimonio e soprattutto l’oro di Bankitalia restano una garanzia parziale, ma vitale, per un paese con 2.100 miliardi di debito pubblico. Esistono ragioni schiaccianti per lasciare quelle risorse dove sono, come cuscinetto di capitale del Paese. Eppure gli argomenti di Coltorti sono di quelli che si usano, di solito, parlando di un’autorità di cui si crede di fiutare la debolezza. Le stesse reazioni furiose al decreto che rivaluta a 7,5 miliardi le quote di Bankitalia detenute dalle banche contengono questo messaggio: quel palazzo ora è debole, lo si può attaccare. Davvero è così? C’è una realtà poco evidente al colpo d’occhio: la crescita delle istituzioni dell’area euro ha reso il lavoro di Bankitalia più complesso, non meno decisivo per il paese. Fissare la politica monetaria a Francoforte, specie in tempi fuori dal comune, richiede uno sforzo maggiore: se i rappresentanti di Palazzo Koch vogliono contare, a loro non basta più avere un quadro chiaro di dove stanno andando l’economia e il sistema finanziario italiano e dell’area euro nella media. Per pesare sulla politica monetaria che si fa a Francoforte, chi viene dall’Italia deve arrivare all’Eurotower con analisi indipendenti e di prima mano su un’area molto più vasta: dal debito delle famiglie olandesi, al sistema bancario in Belgio, al mercato dei bond garantiti da beni o quello dei debiti cartolarizzati. Draghi, dal 2011 presidente della Bce, ha fatto sapere che non sono più esclusi interventi di creazione di moneta e acquisto titoli sul mercato. Per l’Italia è un interesse vitale, se vuole evitare una deflazione che renderebbe insostenibile il suo debito pubblico. Ma per arrivarci la credibilità, la forza e la qualità della ricerca e della capacità negoziale di Bankitalia saranno determinanti. La situazione nella vigilanza bancaria non è molto diversa. Da quest’anno, i primi 15 istituti di credito italiani saranno sottoposti prima agli esami europei, quindi a un controllo permanente da parte di una filiera di organi e strutture dell’Eurotower. Anche qui però Palazzo Koch resta un pilastro portante. Non solo un suo rappresentante siede nel Consiglio unico di supervisione europeo e nel suo comitato direttivo o perché la banca centrale mantiene la vigilanza esclusiva sulle quasi 700 banche troppo piccole per stare sotto l’ombrello Bce e sugli intermediari non bancari. C’è un aspetto ancora più concreto: Bankitalia entra in tutti i team congiunti europei di vigilanza che lavorano in Italia e lo fa in molti altri nel resto d’Europa. Mai prima della sua storia l’istituto di Via Nazionale si era trovato allo snodo di un flusso così vasto di informazioni (e decisioni) sul sistema finanziario europeo. È senz’altro il ponte più attivo, e più trafficato, fra Italia ed Europa oggi. Stampa un quinto delle banconote in euro dell’area, fa funzionare nel paese il sistema dei pagamenti europeo, lavora da Tesoreria dello Stato operando ogni giorno tutte le transazioni, riorganizza il sistema informativo della Ragioneria generale, tiene le statistiche sul debito e sulla bilancia dei pagamenti con l’estero. Ogni giorno mette 500 persone al lavoro in collaborazione con le procure nell’antiriciclaggio: nessun altra istituzione nel paese ha un quadro così diretto e completo delle attività delle mafie. L’elenco delle mansioni vitali potrebbe continuare, ma lascia aperta una domanda: se Bankitalia nell’area euro è diventata un tale polmone di decisioni e informazione, perché oggi si pensa che forse conta di meno? In gioco non è il calcolo di quante volte il nome del governatore viene (3) ricercato su Google. Piuttosto è importante sapere quante volte il premier Matteo Renzi vede e ascolta Ignazio Visco, perché è lui che rappresenta l’istituzione più efficiente e informata d’Italia. L’ottimismo del premier sulla ripresa, smentito dai fatti, suggerisce che fra i due non devono esserci stati molti contatti. Dipende dal livello di attenzione del governo, ma presto dipenderà anche da quanto il governatore saprà imporre al premier di prestare attenzione a ciò che Banca d’Italia ha da dire. Le Considerazioni finali di sabato prossimo sono un ottimo punto di partenza. Il bilancio della Banca d’Italia è cresciuto negli ultimi anni e così il suo patrimonio che è assai più ricco di quello di Bundesbank e di Banque de France

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