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La metamorfosi a ostacoli della Popolare Milano «Il freno alla Spa? Non sono solo i sindacati»

«I sindacati questa volta non c’entrano» assicura Giuseppe De Lucia, «chi ha votato no non ha subito alcuna coartazione. Dare la colpa ai sindacati è un alibi». Non che neghi l’esistenza di equilibri un po’ anomali dentro la Banca Popolare di Milano, però il segretario generale di Assopopolari è sicuro che «i sindacati, per come sono messi oggi, non hanno influenzato l’assemblea» che sabato scorso ha bocciato la proposta del management di introdurre il voto da casa, mandando un chiaro avvertimento ad Andrea Bonomi su quale sarà il voto, ben più importante, a giugno quando si dovrà decidere se fare della Bpm una «Spa ibrida».
Eppure l’impressione era di essere tornati ai tempi d’oro in cui a Piazza Meda gli Amici della Bipiemme, la potente associazione dei dipendenti soci, faceva il bello e il cattivo tempo decidendo carriere, assunzioni, premi e strategie. Sotto l’attenta regia dei potenti sindacati interni. Prima dell’adozione del duale gli Amici, con poco meno del 4% del capitale, esprimevano 16 consiglieri su 20 e dalla nascita, nel 2003, hanno nominato e cacciato 10 presidenti. L’allegro andazzo ha provocato il dissesto della banca e clamorosi risvolti giudiziari con l’arresto dell’ex presidente, Massimo Ponzellini, di un suo collaboratore e di un avvocato, Onofrio Amoruso Battista, membro del consiglio d’amministrazione e riconfermato in quello di sorveglianza. I magistrati sospettano che tra i vertici e gli Amici ci fosse un tacito accordo di non ingerenza nei rispettivi affari.
Solo un sospetto, mentre è certezza l’esistenza di un accordo segreto per spartire poltrone e potere dentro Piazza Meda, firmato dagli Amici. Chi voleva far carriera doveva passare da loro. E con loro votare in assemblea dove il principio «una testa un voto» era in grado di assicurare una maggioranza imbattibile. Come un manuale Cencelli declinato a uso e consumo dei sindacati, ogni sigla aveva la sua parte. E ogni sigla le sue richieste. Rimane nella storia il bonus di 40 mila euro distribuito da Ponzellini ai grandi capi di Fiba, Fabi, Uilca e Fisac. E le Porsche Cayenne ordinate per i dirigenti, poi fermate dopo che la stampa lo aveva scoperto.
L’equilibrio ha retto fino a un anno e mezzo fa quando è cambiato lo statuto e si è insediata la nuova gestione guidata da Bonomi e Piero Montani, con il mandato di fare piazza pulita del passato e rimettere in sesto Bpm. Ma soprattutto un anno e mezzo fa è successo che la battaglia per il controllo della banca tra Bonomi e Matteo Arpe ha rotto il fronte sindacale. Che l’anno precedente era già stato scosso dalla migrazione di centinaia di tessere da una sigla all’altra. «A portare Bonomi e Filippo Annunziata in Bpm sono stati gli Amici» ricorda De Lucia «che poi sono stati scaricati». L’associazione dei dipendenti-soci oggi non esiste più. E’ stata la prima battaglia di Montani: ha tolto stanze, telefonini e rimborsi ai sindacalisti Amici, e richiamato al rispetto delle regole chi aveva approfittato dell’attività sindacale per imboscarsi. Da lì a poco l’associazione è stata sciolta, dopo essere stata sanzionata dalla Banca d’Italia e dalla Consob per aver orchestrato carriere e assemblee.
Insomma, sembrava davvero riuscito l’impossibile. Erano stati addirittura messi in congedo alcuni dei capi storici dei sindacati come Gianfranco Modica, ex Fisac passato alla Fiba, e Vanni Caramaschi della Uilca. Usciti, ma con l’elastico: Caramaschi è diventato dirigente della Uilca, e siede ai tavoli di trattativa, mentre Modica è responsabile quadri direttivi dalla Fiba.
De Lucia ritiene che il voto contrario sia stato «espresso liberamente da chi non condivide la politica di Bonomi e Montani». Secondo il segretario generale di Assopopolari è «il continuo agitare lo spettro di Banca d’Italia e Consob» ad aver ricompattato un fronte che «non accetta intimidazioni». Non è una novità. In Bpm c’è una lunga tradizione di scontri, come sa bene proprio la Banca d’Italia che negli anni si è vista respingere ogni tentativo di moral suasion per far aggregare Bpm (da Bper alla Lodi) con l’implicita richiesta di trasformazione in società per azioni, ma anche cose meno rivoluzionarie, come l’aumento delle deleghe. Bocciato. Pure a novembre 2011, quando Via Nazionale ha appoggiato il cambiamento chiedendo un nuovo statuto e nuovi organi sociali, gli Amici hanno tirato dritto riproponendo i soliti nomi.
E’ il blocco che in consiglio di sorveglianza ora si è messo di traverso e Bonomi ha accusato di tramare contro la «Spa ibrida», che in effetti sta incontrando diversi ostacoli anche per la complessa articolazione della manovra che prevede tra l’altro la nascita di una Fondazione e la distribuzione di riserve, sotto forma di nuove azioni, ai dipendenti. I contrasti hanno spinto alle dimissioni il presidente Annunziata e tre consiglieri espressione di Investindustrial, proprio alla vigilia dell’assemblea. Vigilia scandita dal susseguirsi dei comunicati di Fabi, Fiba, Uilca sul no al voto a distanza. E alla «Spa ibrida». «Bpm — ha tuonato il segretario generale Fabi, Lando Maria Sileoni — elabori un piano industriale serio e non un progetto speculativo».
Se era la prova generale del voto del 22 giugno sulla Spa non servono pronostici. «Le modifiche allo statuto si approvano in assemblea straordinaria non in ordinaria come si voleva fare — spiega De Lucia —. Fermo restando che se il voto da casa consente un’identificazione certa, come nelle filiali collegate all’assemblea, ben venga, ma al momento non mi risulta possibile». Quanto alla trasformazione «al di là che non esiste la forma giuridica di “Spa ibrida”, nei 60 giorni che mancano all’assemblea Bonomi faccia chiarezza sul progetto — suggerisce De Lucia —, scopra le carte e dica che vuole rendere Bpm contendibile per guadagnarci. Spieghi i vantaggi ai dipendenti. E in assemblea vinca il migliore».

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