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La mediazione non fa cambiare le preclusioni

La mediazione non incide sulle preclusioni processuali. Nei casi in cui la domanda giudiziale sia proposta in mancanza del previo esperimento del procedimento di mediazione obbligatoria e il convenuto proponga la relativa eccezione, si determina un semplice differimento delle attività da svolgersi nel giudizio già pendente, ma non la nullità di quelle fino a quel momento svolte. Restano pertanto ferme le decadenze già verificatesi. È il principio affermato dalla Corte di cassazione con l’ordinanza n. 9557 del 13 aprile 2017 (Terza sezione civile; presidente Chiarini, estensore Tatangelo), su una lite legata a un contratto di locazione.
La controversia nasce col decreto ingiuntivo in favore della parte conduttrice per la restituzione del deposito cauzionale alla cessazione del rapporto di locazione. L’opposizione proposta dalla locatrice – con la domanda riconvenzionale per il risarcimento dei danni all’immobile e il rimborso degli oneri accessori impagati – veniva rigettata dal Tribunale di Roma. La decisione si fondava sulla documentazione probatoria depositata tardivamente dalle conduttrici (opposte) che eccepivano anche la improcedibilità per il mancato esperimento della mediazione obbligatoria (che veniva svolta con esito negativo).
Parte locatrice impugnava la sentenza di prime cure sostenendo che erroneamente il tribunale aveva tenuto conto dei documenti depositati soltanto all’udienza di discussione in quanto la tardiva costituzione nel procedimento locatizio preclude la produzione documentale. La Corte di appello di Roma accoglieva l’impugnazione e nel riformare la sentenza del tribunale revocava il decreto ingiuntivo opposto.
Ricorreva per cassazione la parte conduttrice la quale censurava la sentenza di appello sostenendo che l’improcedibilità della domanda giudiziale prima dell’esperimento del procedimento di mediazione comporterebbe che le preclusioni processuali non potrebbero maturare fino a che tale procedimento non venga svolto in concreto.
La Corte di appello sulla questione aveva precisato che la mediazione costituisce condizione di procedibilità e non di proponibilità della domanda e che, in mancanza di essa, il giudice dispone un semplice rinvio della “successiva udienza”. In tal senso la Cassazione condivide tale interpretazione per cui ove la domanda giudiziale sia proposta in mancanza del preventivo esperimento del procedimento di mediazione e il convenuto proponga la relativa eccezione, «si determina un semplice differimento delle attività da svolgersi nel giudizio già pendente, ma non la nullità di quelle fino a quel momento svolte, e restano pertanto ferme le decadenze già verificatesi».
La motivazione sul punto appare chiara e coerente in quanto se il legislatore avesse inteso prevedere l’inefficacia delle attività processuali svolte in mancanza del preventivo esperimento della mediazione «sarebbe stata prevista la semplice dichiarazione di improcedibilità della domanda e la chiusura del giudizio instaurato senza previo ricorso al tentativo di mediazione, con la necessità di instaurarne uno nuovo, ovvero la rinnovazione degli atti processuali già espletati». La norma invece prevede la rilevabilità del difetto della condizione di procedibilità, soltanto su eccezione di parte o su rilievo di ufficio del giudice non oltre la prima udienza, a pena di decadenza, «con il limitato effetto di provocare un mero rinvio della successiva udienza a data posteriore allo svolgimento del procedimento». Pertanto, le attività processuali svolte sono valide ed efficaci e le eventuali preclusioni già maturate restano ferme nel corso dello svolgimento del processo.
Peraltro, nel caso esaminato, e ciò conduce al rigetto del ricorso, la norma sulla mediazione obbligatoria non era applicabile ratione temporis in quanto dichiarata costituzionalmente illegittima (Corte costituzionale, sentenza n. 272/2012).

Marco Marinaro

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