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La mediazione cerca il pass europeo

Servono, in media, 1.066 giorni per una sentenza della giustizia ordinaria. Bastano 65 giorni, in media, per raggiungere un accordo di mediazione. I numeri divulgati dal ministero della Giustizia non lascerebbero spazio a dubbi.
La soluzione
E invece di dubbi ce ne sono ancora tanti: sulla reale incisività della mediazione (nel 65% dei casi una delle due parti chiamate in causa preferisce non si presentarsi e attendere il confronto in aula), sul risparmio del tempo (nel 52% dei casi non si raggiunge l’accordo) e sui costi (l’84% dei contendenti si fa assistere da un avvocato). In particolare rimane forte il contrasto sull’obbligatorietà della mediazione: secondo gli avvocati (i grandi oppositori) si tratta di una forzatura anticostituzionale, secondo i mediatori rappresenta lo strumento essenziale per far funzionare il sistema. Dallo scontro di due opposte tesi nasce la necessità di trovare una soluzione super partes. Secondo alcuni potrebbe essere «l’Indice di relazione bilanciata» tra processi e mediazioni.
Questo indice, espresso da un numero, rappresenterebbe «la percentuale minima di controversie che devono andare in mediazione per ottenere, in ogni paese, un ideale equilibrio con la percentuale di controversie che vanno a sentenza». Questa teoria è stata formulata dai professori Giuseppe De Palo e Mary Trevor in un libro in corso di stampa che è anche il risultato della collaborazione tra oltre 50 esperti europei che hanno iniziato a lavorare insieme nel contesto di vari progetti finanziati dall’Ue. De Palo e Trevor sostengono che l’Unione europea dovrebbe indurre gli Stati membri a determinare il loro numero di equilibrio tra cause in tribunale e quelle in mediazione, un parametro quantificabile che renda possibile accertare se l’equilibrio richiesto dalla direttiva sia stato effettivamente raggiunto. Non indicare questo numero, e ovviamente anche non raggiungerlo, equivarrebbe a violare la direttiva.
L’appoggio dell’Europa
La proposta dell’Indice di regolazione bilanciata piace anche ad Arlene McCarthy, vera autorità in materia: attualmente membro della Commissione giuridica europea ma già relatore della Direttiva Ue del 2008. Secondo la parlamentare britannica «uno studio presentato al Parlamento europeo a maggio dello scorso anno ha dimostrato che un utilizzo diffuso della mediazione può determinare risparmi di tempo e denaro significativi e misurabili — sostiene McCarthy —. Promuovere un più ampio utilizzo della mediazione è dunque in linea con l’obiettivo della Direttiva di «assicurare un migliore accesso alla giustizia». Inoltre, gli Stati membri hanno un dovere generale nei confronti dei loro cittadini di evitare sprechi di tempo e denaro a causa delle controversie civili. Questo dovere diviene un imperativo nell’attuale crisi economica».
Tra gli Stati membri dell’Unione europea l’Italia attualmente risulta in prima linea. È evidente che l’incremento esponenziale del numero delle mediazioni nel nostro paese è il risultato diretto della legge che ha reso il tentativo di conciliazione condizione di procedibilità dell’azione legale per alcune categorie di controversie civili. Ma l’efficacia e i risultati sono controversi. Anche Ernesto Lupo, primo presidente della Corte di Cassazione promuove la mediazione: «la soluzione giudiziaria pone termine alla lite, ma non riesce a pacificare gli animi. Inoltre, la sentenza non consente soluzioni articolate e creative capaci di soddisfare in modo durevole degli effettivi interessi in gioco». Il nodo però rimane lo stesso: tradurre in concreto le potenzialità positive della mediazione.

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