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La mediazione approda in banca

La mediazione approda in banca. Sempre più frequenti, a causa della congiuntura economica negativa, le liti che insorgono tra banche e correntisti a causa di affidamenti in essere, talvolta da decenni, che vengono revocati dall’oggi al domani con le causali più disperate: peggioramento dal rating del correntista, insoddisfacente andamento del rapporto, eccesso di insoluti per ricevute bancarie anticipate dalla banca che ritornano impagate ecc. Conseguenza di ciò la revoca, per lo più con effetto immediato, degli affidamenti, l’apposizione del cliente «a sofferenza» presso la Centrale dei Rischi tenuta dalla Banca d’Italia, con conseguente effetto a cascata sulla revoca dei fidi eventualmente concessi da altri istituti bancari che operano con l’azienda. Tutto ciò è legittimo? E se si, in che termini? Andrea Sganzerla, professionista con studio in Milano, che lavora da anni nel settore del contenzioso bancario e presta che opera quale Mediatore per As-Connet Organismo di Mediazione Civile e Commerciale, ha estrapolato, tra i numerosi casi di questo genere portati al vaglio dell’Organismo di Conciliazione, quello che appare ripetersi con maggior frequenza e che – paradossalmente – vede la posizione del mediatore come parte attiva solo nella prima parte dell’iter della mediazione.

Il presupposto di fatto

I contratti di affidamento bancario sono caratterizzati da costi (tassi passivi maggiorati a causa della normale capitalizzazione periodica, commissioni, spese) che la banca stabilisce di accordare al correntista al momento della sottoscrizione del contratto e che normalmente cambiano con il passare del tempo in senso quasi sempre sfavorevole al correntista stesso. La banca però non può agire sulla determinazione di tali oneri in maniera autonoma in quanto per legge 108/1996 È tenuta ad applicare un Taeg effettivo determinato nella misura massima dal Ministero delle Finanze in base a rilevazioni periodiche trimestrali Orbene, accade spesso che tale tasso venga, più o meno consciamente, sforato dalla banca com’è successo anche di recente con una banca primaria chiamata in mediazione per stabilire, se possibile mediando sulle tempistiche tramite l’ausilio del mediatore, un piano di rientro dall’esposizione con il correntista debitore. Tuttavia, preliminare ad ogni discussione sulle tempistiche del ripianamento del debito è obbligo del mediatore verificare la legittimità delle reciproche posizioni delle parti. Orbene nel caso della banca, dall’analisi dei documenti, prima ancora di entrare nelle vicende che hanno caratterizzato il rapporto, il mediatore ha constatato che la stessa aveva sforato (in termini – manco a dirlo- per sé profittevoli) i parametri obbligatori di legge relativamente a un tasso che se, come in questo caso, superato, determina il reato di usura, punibile per il soggetto che ne è responsabile con la pena prevista dall’art. 644 c.p. Ciò oltre alle conseguenze dirette ed immediate che la legge prevede attraverso l’art. 1815 c.c, ovvero se sono convenuti interessi usurai la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.

Cosa deve fare quindi il mediatore?

È chiaro che la mediazione è sia per ragioni storiche, che per espressa previsione del legislatore, una attività di composizione di situazioni di cui le parti possono legittimamente disporre, ma tale non è il nostro caso che vede la norma punitiva di cui solo lo Stato è titolare come ostacolo insormontabile per un accordo che sarebbe di per sé illegittimo in quanto in frode alla legge.

Sintesi finale

Come si vede la mediazione per riuscire non necessariamente deve definire la vicenda, abbiamo visto il caso in cui la miglior mediazione è la non riuscita della stessa per cause non imputabili al mediatore il quale dimostra capacità, professionalità e serietà nell’avere rilevato l’impossibilità di potere raggiungere alcun accordo basato su di un’illegittimità di cui la banca e solo questa sarà costretta a rispondere assieme ai suoi responsabili in sede giudiziaria. Il mediatore ha altresì impedito stabilendo per iscritto le cause della non riuscita della mediazione che la banca possa illegittimamente agire nei confronti del correntista fintanto che non sarà definito se e quanto questi dovrà. Ulteriore e non trascurabile corollario alla vicenda è l’impossibilità per la banca di segnalare a sofferenza alla Centrale Rischi presso la Banca d’Italia il nominativo del cliente e dei suoi eventuali fideiussori.

Una volta di più si dimostra l’utilità dell’istituto della mediazione anche in caso di sua – forzata – non riuscita.

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