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La maxi perdita di Deutsche Bank

«La notizia non è buona e mi aspetto che gran parte di voi saranno scontenti per questo». Il tono è perentorio, il momento è delicato e lui, recentemente chiamato alla co-conduzione della più grande banca tedesca, sa che quella lettera spedita ieri a 100mila dipendenti in tutto il mondo verrà accolta con un misto tra preoccupazione e incredulità. Lui è John Cryan, co-ceo di Deutsche Bank, chiamato a luglio dai soci a cambiare rotta a un istituto di credito sotto pressione. A pagare il conto è stato principalmente Anshu Jain, manager di origini indiane destituito dal consiglio di amministrazione. Alla sua gestione il board imputa in parte lo scandalo della manipolazione del Libor, il tasso interbancario di riferimento. Frode che ad aprile ha costretto Deutsche Bank a pagare una multa di 2,5 miliardi di dollari alle autorità americane e britanniche. La notizia invece è l’annuncio di una previsione di perdite per 6,2 miliardi di euro nel terzo trimestre dell’anno (per i mesi che vanno da luglio a settembre) che porterà a una riduzione o persino a una cancellazione del dividendo per il 2015, atteso per quest’anno a 75 centesimi per azione.
Le motivazioni sono essenzialmente tre: 1) Una svalutazione di circa 5,8 miliardi relativa ad acquisizioni — poi iscritte a bilancio — per un valore di mercato superiore ai loro patrimoni netti, tra le quali Bankers Trust nel 1999 e Deutsche Postbank nel 2010; 2) La necessità di uscire dal capitale della cinese Hua Xia Bank, partecipazione del 19,99% ritenuta non più strategica con la contestuale riduzione del valore contabile per 600 milioni di euro; 3) La previsione di nuovi accantonamenti per ulteriori contenziosi pari a 1,2 miliardi di euro (la banca è coinvolta anche in un’inchiesta delle autorità svizzere per sospetti di manipolazione dei prezzi del mercato dei metalli preziosi).
La Borsa però non ha accolto in maniera così negativa l’annuncio dell’allarme sui conti. Il titolo ha chiuso ieri la seduta a Francoforte perdendo l’1,77% a quota 25 euro per azione. Come dire: vendite sì, ma i timori erano persino maggiori. Il giorno da fissare con il rosso in calendario sarà ora il 29 ottobre, quando il management illustrerà i conti del terzo trimestre. Non saranno previsioni, si tratterà di fatti. E sarà più chiaro se la doppia conduzione Cryan-Fitschen (anche se quest’ultimo lascerà l’incarico a maggio 2016) chiederà agli azionisti di mettere mano al portafogli. Per ora l’aumento di capitale è stato smentito, soprattutto perché farebbe seguito alla ricapitalizzazione monstre da otto miliardi lanciata non più di un anno e mezzo fa. L’alternativa è solo una: un piano straordinario di riduzione dei costi. Un’operazione su larga scala. Qualcuno si è affrettato ieri a dare un numero: 23 mila tagli su una forza lavoro di 100 mila. L’indiscrezione è stata ripresa anche in Germania, ma non è stata confermata dalla banca. E comunque — nel caso — bisognerebbe fare la tara rispetto agli addetti di Postbank sulla via della cessione. La sensazione è che il piano che Cryan sottoporrà al consiglio di amministrazione sarà un combinato disposto tra una serie di misure volte a dare maggiore stabilità patrimoniale alla banca (il livello di common equity ratio è all’11% e deve essere alzato). Dal taglio secco del dividendo per l’anno in corso — calcolano gli analisti — arriverà un miliardo di euro. Dai risparmi relativi al personale è difficile elaborare una fattura dettagliata. Dipenderà dall’entità della sforbiciata. Il «Financial Times» rileva che il livello tra i costi operativi e il margine di intermediazione (cost income ratio) che — nel bilancio degli istituti di credito è il risultato della somma tra margine di interesse, commissioni nette, dividendi e proventi vari — è dell’85%. Un «dato sbalorditivo», scrive il quotidiano anglosassone. Come dire: c’è spazio per tagliare. A quel punto chiedere un aumento di capitale potrà non sembrare una richiesta ardita.

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