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La maxi-fusione delle Borse, scudo dell’Italia

Il gruppo London Stock Exchange (Lseg) è al lavoro per acquisire Refinitiv, il colosso globale di dati e servizi digitali per i mercati finanziari. La Borsa di Londra è disposta a riconoscere per il gruppo oggi controllato da Thomson Reuters un valore da 27 miliardi di dollari. Ma più il confronto entra nel merito, più vengono alla luce gli strati di complessità che l’intero progetto presenta per l’Italia. Proprio a Milano e soprattutto a Roma, in questi giorni, l’operazione sta andando incontro ad alcuni degli scogli più insidiosi da aggirare.

Che in Italia si considerino in gioco anche interessi strategici lo si è capito il mese scorso, quando il governo ha esteso il Golden Power (diritto di veto o di imporre condizioni su operazioni societarie) al gruppo Borsa Italiana. Quest’ultima è controllata dal London Stock Exchange e ciò include l’intera infrastruttura del mercato dei capitali in Italia, oltre alla piazza azionaria di Milano; c’è Mts, la piattaforma attraverso cui viene collocato e scambiato fra investitori un debito pubblico da 2.400 miliardi di euro; ci sono poi Cc&g, l’ex Cassa compensazione, che fa da controparte centrale e centro di compensazione di tutti gli scambi; e Monte Titoli, lo snodo di tutti i servizi di pagamento e custodia.

Queste tre imprese costituiscono la tubatura invisibile ma essenziale del sistema finanziario in Italia, su cui oggi si consuma un sordo conflitto fra i manager di Londra e i regolatori di Roma. Proprio in queste ore sono attesi contatti al massimo livello.

 

Una certa dose di italianità in Mts per esempio viene vista come vitale per il Paese, perché rappresenta la garanzia che il debito pubblico trovi sempre liquidità. Qui il confronto in apparenza è tecnico, perché lo statuto di Mts prevede un taglio netto ai diritti di voto della società controllante (Lseg, tramite Borsa Italiana), se nel gruppo entra un’azienda che possa fare concorrenza a questa piattaforma italiana dei titoli di Stato. Il problema è che Refinitiv è socio forte di Tradeweb, una società-mercato di bond quotata al Nasdaq e dunque proprio concorrente di Mts. In teoria dunque la maxi-fusione farebbe sì che il controllo su Mts passi da Londra a un consorzio di banche (JpMorgan al 7,5%, Intesa Sanpaolo al 5% e molte altre). Da Lseg per ora arriva solo un «no comment».

Su Cc&g e Monte Titoli la situazione non è meno delicata, perché il nuovo grande gruppo globale destinato a nascere intende di fatto assorbire entrambe su Londra – nel tempo – per risparmiare. L’Italia perderebbe la sua infrastruttura di mercato. È il tipico contrasto fra un oligopolista dei mercati globali e il desiderio di un Paese medio-grande ma fragile di difendere una propria sovranità. Un rischio per l’Italia è l’isolamento, ma ne esiste anche un altro: restare bloccata con le sue strutture strategiche in un’impresa con la testa in Inghilterra, che la Brexit può rendere irriconoscibile. Già oggi a Londra si avverte la voglia di molti di deregolamentare al massimo, per trasformare la City in una versione europea di Singapore.

Federico Fubini

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