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La marcia di Segre con i 600 sindaci “Cancelliamo l’odio”

MILANO — «Questa sera — dice Liliana Segre, a 89 anni e da sopravvissuta ad Auschwitz — guardo tutti negli occhi come una madre. Qui non c’è più indifferenza, ma un’atmosfera di festa: allora basta odio, parliamo d’amore». Ci sono le città. Poi quando serve, ci pensa Milano. La domanda, fino a un attimo fa, era: «L’odio non ha futuro» è un locale auspicio natalizio, o una nazionale scelta definitiva? Seicento sindaci di tutto il Paese e di ogni partito, in corteo nel cuore-simbolo della Resistenza, rispondono senza bisogno di dire qualcosa di incomprensibile: dopo la vergogna delle minacce antisemite in Rete, dicono soltanto «La tua scorta siamo noi, indietro non si torna ». Fianco a fianco, una candela elettrica accesa tra le mani, senza bandiere e senza retorici comizi, abbracciano la senatrice a vita nella Galleria che dal Duomo conduce alla Scala: ideali guardie del corpo collettive, ma prima ancora come compagni di un viaggio fino alla fine della dignità, reduci morali di un orrore che la propaganda estremista si illude di cancellare dalla storia.
«Noi ci siamo — dice il sindaco Beppe Sala — e ci saremo. Milano risponde e trascina l’Italia. Contro i seminatori di odio e di paura, torneremo in piazza ogni volta che servirà». Sul palco sale infine solo il presidente dei Comuni italiani, Antonio Decaro. A nome di tutti consegna a Liliana Segre la fascia tricolore «da sindaca degli italiani». Lei è lì, sola con i fogli del suo discorso. La folla si commuove e grida «Liliana, Liliana », poi «grazie, grazie». La buona notizia è che migliaia di persone, a fine lavoro, scelgono di unirsi a una marcia senza precedenti in difesa di una tra le ultime sopravvissute ai campi dove il nazismo ha sterminato gli ebrei. All’appello, privo di premio- fedeltà e di pullman prepagati, rispondono più adulti che ragazzi. «Per testimoniare — dice il sindaco di Palermo Leoluca Orlando — che la memoria ha significato solo se consolida la consapevolezza di cosa sia un consorzio umano che sceglie di coesistere in pace». La notizia cattiva è che un corteo come questo resta non solo necessario, ma inevitabile. «A valori fuori discussione non siamo un Paese normale — dice il sindaco di Bologna Virginio Merola».
Quasi sempre le manifestazioni, quando finiscono, si concludono. Questa, chiusa dalla gente che canta l’inno di Mameli e Bella Ciao davanti al tempio della lirica, semina tra i presenti l’opposta sensazione di qualcosa che comincia. Milano due giorni fa ha annunciato la nascita del Museo nazionale della Resistenza. Domani, con il presidente Mattarella, ricorderà i cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. La metropoli del futuro italiano torna così a schierarsi senza ambiguità dalla parte della libertà, dell’accoglienza e della pace. «Contro le derive autoritarie — dicono i sindaci — la paura e l’odio di Stato». Il percorso, non più scontato, questa sera non è però soltanto storico. I rappresentanti delle città italiane che si oppongono a «razzismo e antisemitismo», presentati come «restaurate idee fondative di un’Europa sovranista», scendono in piazza nell’incrocio cruciale del presente: dopo i giovani che vogliono salvare la vita sulla terra e dopo le Sardine che chiedono di non liquidare l’Italia, raccogliendone lo stesso testimone ideale.
Fatti i conti: 600 primi cittadini su 7914, circa 1 su 13. Alle adesioni pubbliche non hanno corrisposto le presenze. Due livelli di partecipazione: tra le assenze personali spicca quella della sindaca di Roma, Virginia Raggi. Conta di più però il peso sostanziale: Milano, Pesaro (seconda patria di Segre, per via del marito) Roma, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Firenze, Bologna, Cagliari e i centri dove invece vive sì la maggioranza degli italiani. Metropoli accanto a paesi. A nessuno sfugge la prevalenza di sindaci civici, di sinistra e di centro: il dovere, per quelli della Lega e della destra, è di chiarire l’adesione non solo all’opportunità di una sfilata, ma a valori che i loro leader prendono quotidianamente a spallate. «Ma anche noi — assicura il coordinatore enti locali del Carroccio, Stefano Locatelli — siamo antifascisti e contro gli estremismi». Attorno, la gente applaude e dice che «forse è possibile non finire nelle mani delle controfigure dei fascisti».
L’Italia non è una piazza. Questa sera però Milano e i sindaci, tenendo per mano Liliana Segre che tra gli applausi invita «ad abbracciarci tutti», confermano di fare bene il mestiere essenziale della democrazia. Di restare l’estrema àncora di salvataggio quando il Paese è scosso dalla tempesta. Un’Italia di scorta a Liliana Segre: «Come un’insenatura di acqua tranquilla — dice Sala — nascosta tra le onde alte dell’oceano».
Il corteo nei luoghi della Resistenza dice “Noi siamo la scorta indietro non si torna”
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