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La mappa del credito per le imprese che vanno all’estero

Se avete un’impresa e state valutando un investimento all’estero, segnatevi questi nomi: Bradesco, Sberbank, oppure Attijariwafa. Potrebbero essere loro ad aprirvi la prossima linea di credito.
Sono gli effetti collaterali della delocalizzazione: così come è successo nella produzione, anche nei servizi le maestranze locali stanno imparando velocemente il mestiere da chi è andato a investire nel Paese. Non è infrequente, nelle banche emergenti, incontrare executive che hanno studiato a Londra, hanno fatto pratica in una banca del Vecchio continente e sanno come costruire un’offerta competitiva. Rivolgersi alle banche locali non è nemmeno rischioso: lettere e linee di credito sono prodotti ormai standardizzati a livello internazionale. Senza contare che praticamente tutti i Paesi emergenti hanno un sistema di sorveglianza locale in grado di vigilare, se non proprio su tutte, almeno sulle banche più grandi.
La vitalità delle banche emergenti risalta ancor più, se la si contrappone alla battuta d’arresto nelle strategie di internazionalizzazione delle banche occidentali. Italiane, certo, ma per una volta tanto in buona compagnia delle altre europee. Spiega Debora Revoltella, capo dell’Economics department della Bei: «Nei Paesi dell’Est Europa, che per anni sono stati terreno di crescita dei grandi gruppi, si mantengono le posizioni e si pensa a una razionalizzazione del network, in alcuni casi uscendo da mercati che risultano meno appetibili. La crisi è più forte in Ungheria e nei Balcani. E riguarda tutti: anche l’austriaca Erste, o la belga Kbc». Ma non la russa Sberbank, che invece punta a espandersi: qui, ma anche più a Oriente.
Se in Europa dell’Est si riflette sulla smobilitazione, in Asia centrale si è già passati ai fatti: come UniCredit, che se n’è andata dal Kazakhstan. In Nordafrica l’instabilità degli ultimi due anni ha frenato qualsiasi velleità espansionistica. La stessa Intesa Sanpaolo, per l’osservazione dell’area del Mediterraneo, considera strategica la sua filiale di Dubai. In India è vero che il sistema bancario si sta liberalizzando, ma il percorso è a ostacoli, e per le nostre banche lo sarà sempre di più dopo l’infelice vicenda dei marò. Meglio allora la Cina, dove nonostante regole più che restrittive (massimo due filiali) all’ingresso degli operatori stranieri, la presenza italiana è andata aumentando.
In Sudamerica il discorso non cambia. Il gruppo spagnolo Santander è la terza banca del Brasile, eppure sente il fiato sul collo della concorrenza di colossi locali come il Banco Bradesco o Itaú, ormai capaci di farsi clienti tra gli stranieri che vengono a produrre nel Paese.
Bnl, come gruppo Bnp Paribas, è presente in 10 Paesi africani con oltre 640 agenzie e 7.500 collaboratori «I nostri competitor nel Continente nero? Le banche europee e quelle americane, certo, ma la concorrenza locale cresce, soprattutto nell’offerta di prodotti e servizi per le multinazionali», sostiene Gianluca Lauria, responsabile Internazionalizzazione e trade finance. Per il quale la chiave per difendersi sta nella consulenza: «Seguiamo i nostri clienti stando al loro fianco, conoscendo dagli impianti alle produzioni. Come un vero e proprio partner, costruiamo insieme all’azienda il progetto di internazionalizzazione accompagnandone lo sviluppo».
In questa opera di conquista di nuovi spazi di mercato le banche emergenti si sono fatte più avvedute: invece di fare concorrenza alle banche occidentali nei paesi emergenti dove queste sono presenti, vanno a loro volta alla conquista di Paesi ancora più di frontiera, là dove gli istituti europei e americani non sono ancora sbarcati. Prendiamo l’Africa sub-sahariana, per esempio: la banca tunisina Attijariwafa sta diventando uno dei principali operatori del l’area. Il che, per le banche europee altrettanto avvedute, si può rivelare un vantaggio: a patto di concepire le emergenti come potenziali partner con cui stabilire accordi esclusivi per il supporto in loco delle proprie imprese clienti.
È forse questa, la nuova via all’internazionalizzazione delle banche occidentali? Di certo è un trend in crescita. «Sul fronte dell’internazionalizzazione – spiega Carlo Piana, direttore centrale Imprese corporate del Gruppo Cariparma Crédit Agricole – è stato studiato un progetto di accompagnamento delle aziende grazie ad accordi con le banche del Gruppo Crédit Agricole, dove presenti, e attraverso alleanze con banche locali di primo piano, dove la nostra capogruppo non è presente direttamente. In questo modo, tra l’altro, si trasforma in partner chi altrimenti sarebbe un potenziale concorrente sul posto».

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