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La mappa del credit crunch

È Varese la provincia in cui le imprese sotto i 20 addetti sono più penalizzate nell’accesso al credito. Nel biennio 2011-2012 la consistenza degli impieghi vivi (cioè al netto delle sofferenze) è scesa del 14,3%, a quota 1,9 miliardi, mentre a livello nazionale la contrazione media è del 7,1 per cento.
I dati Bankitalia sono stati elaborati da Fondazione Impresa nell’ambito del suo 2° Osservatorio sul credito alla piccola impresa (si veda la tabella). Peggio del capoluogo lombardo, a livello di calo percentuale, sono messe soltanto le province di Avellino e Campobasso (-16,6% e -15,1%, rispettivamente), ma con importi decisamente inferiori.
«La metà dei nostri imprenditori – conferma il presidente dell’Unione industriali della provincia di Varese, Giovanni Brugnoli – rileva difficoltà di accesso al credito e il 74% aumenti nei tassi applicati; inoltre, spesso le aziende ricevono un diverso grado di rating da istituto a istituto; anche la Commissione disponibilità fondi viene vista come un ulteriore balzello. A questo proposito, abbiamo chiuso nei giorni scorsi un accordo con il Credito Bergamasco per calmierare tale commissione allo 0,10% trimestrale per aziende con fatturato sotto i 250 milioni. È un segnale che con il dialogo si ricava qualcosa. Nel 2012 abbiamo fatto anche un bond di distretto con la Banca Popolare di Bergamo e un’iniziativa, per 100 milioni di fondi alle imprese, con Intesa Sanpaolo. Sono gocce nel mare delle necessità, ma rappresentano segnali di attenzione importanti. Puntiamo anche molto sulla formazione finanziaria dei nostri imprenditori».
A livello regionale, colpisce che registrino una contrazione nei prestiti superiore alla media nazionale territori come il Veneto (-7,7%), l’Emilia-Romagna (-7,5%), la Lombardia (-7,3%), con le province di Milano e Brescia a -8,8 per cento. Contrazioni percentuali a due cifre, inoltre, anche in province economicamente forti, come Reggio Emilia (-11,4%), Napoli (-11,3%), Monza-Brianza (-11,1%), Vicenza (-10,6%). «I nostri associati – racconta Diego Caron, presidente del Comitato piccola impresa di Confindustria Vicenza – rilevano, nell’ultimo trimestre 2012, un calo del 19,8% dei fidi; il 60% delle imprese denuncia ritardi negli incassi sui pagamenti, il 38% tensioni di liquidità, mentre le imprese con fatturato inferiore ai 5 milioni e un rating ad alto rischio sono arrivate a quota 14,1 per cento. I nuovi metodi di rating stanno ingessando il sistema: ormai siamo al paradosso che le banche non hanno quasi più aziende da finanziare, perché offrono i soldi solo a chi sta bene». Nel Vicentino i principali settori industriali sono il metalmeccanico, il tessile, l’orafo, il mobile, la ceramica, la concia, ma «la sofferenza è distribuita in tutti i settori a macchia di leopardo. E la prima lamentela riguarda i mancati pagamenti della Pa».
Per l’Osservatorio sul credito, Fondazione impresa ha condotto un’indagine presso mille piccole imprese, tra il 25 febbraio e il 5 marzo scorsi. Negli ultimi sei mesi, il 43,3% delle imprese ha fatto richiesta di finanziamenti, quota che sale al 46,2% per il settore manifatturiero. Rispetto ai sei mesi precedenti si registra un calo di 3,6 punti percentuali nella richiesta di credito agli intermediari finanziari, ma tra gli imprenditori che chiedono credito aumenta di quasi 5 punti, dal 46,6% al 51,4%, la quota che dichiara difficoltà a ottenerlo. «Si profila uno scoraggiamento – dice Daniele Nicolai, ricercatore di Fondazione Impresa –. Se in genere i finanziamenti si chiedono principalmente per nuovi investimenti, questa quota ora rappresenta il 27,5% delle richieste (31,3% per le piccole imprese del manifatturiero), mentre il 62,1% delle domande viene fatto per sopravvivere, per il brevissimo termine, per pagare gli stipendi e le tasse».
La principale difficoltà di accesso al credito segnalata è la richiesta di garanzie eccessive (46,1%), seguita dai costi bancari (26,5%), dalla lunghezza delle procedure (12,7%) e dai tassi d’interesse elevati (12,4%). «Le garanzie richieste sono sostanzialmente immobiliari – commenta Nicolai –. E nel caso del piccolissimo imprenditore, si guarda alla solidità patrimoniale del titolare di partita Iva».

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