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La manovra Tasi, ticket e Cig: subito un assegno da 7 miliardi

Lo spirito del centometrista che incarna il nuovo governo Renzi c’è tutto. Ma la gara non si svolgerà sul comodo tartan di uno stadio olimpico e soprattutto non si giocherà solo sullo scatto dei primi secondi. Il cammino che si apre da oggi sembra più una dura maratona o, forse, un vero e proprio percorso di guerra. All’agenda “Speedy Gonzales” del governo (job act a marzo, Pubblica amministrazione ad aprile e fisco a maggio), che costa circa 17 miliardi, si sovrappongono una serie di impegni da incubo. Mentre la caccia alle risorse non sarà facile. Anche perché bisogna tener conto del pregresso. Alle porte lo spettro del 2015, anno del primo test sul Fiscal compact: allora il debito dovrà invertire la tendenza scendendo sotto il record del 132,8 di quest’anno.

LE EMERGENZE
Sul tavolo ci sono questioni che per quest’anno richiedono già l’impegno di 7,3 miliardi. Alla finestra, ad attendere il passaggio del nuovo convoglio Renzi-Padoan, c’è in prima fila la tassa sulla casa: non si sa ancora quanto si pagherà per la nuova Tasi e per mettere in atto l’intesa con l’Anci manca un decreto che dovrà provvedere a trovare 700 milioni. Bussano alla porta anche i cassaintegrati: per gli ammortizzatori in deroga ci vuole 1 miliardo. Dietro l’angolo c’è il Patto per la salute: c’è da raggiungere un accordo con le Regioni per individuare il finanziamento del fabbisogno sanitario 2014-2016 e trovare, in quell’ambito, le risorse (1-2 miliardi) per evitare l’aumento dei ticket sulla specialistica per ora sospesi. Senza contare che, per evitare un aumento della pressione fiscale, il governo uscente ha rinviato il taglio delle detrazioni e degli oneri detraibili (mutui casa, palestre, ecc.) per 500 milioni che doveva scattare in gennaio e che dovranno essere coperti con altre risorse. Al poco rassicurante elenco si aggiunge il “vuoto di gettito” fiscale denunciato dalla Corte dei Conti di 2,8 miliardi: il gettito di quest’anno infatti è stato ampiamente “bruciato” lo scorso anno con la previsione di un anticipo del 130 percento del getto Irap.
I COSTI DELLA RENZINOMICS
Sul piano delle ipotesi e dei primi conteggi che si possono fare sul programma del governo, la cifra necessaria potrebbe arrivare a 17,2 miliardi solo per il 2014. La riduzione del 10% dell’Irap costa 2,2 miliardi, il taglio dell’Irpef 5 miliardi e l’estensione universale degli ammortizzatori sociali circa 10 miliardi. Misure di grande impatto e annunciate con entusiasmo. Ma assai costose. Che si sommano ai 7,2 miliardi delle emergenze.
SI RISCHIA LA CLAUSOLA
Per quanto si conti molto sulla
spending review la strada è stretta. Già sono stati cifrati 20 miliardi cumulati in tre anni (3 nel 2015, 7 nel 2016 e 10 a partire dal 2017), ciò significa che a regime la spesa dovrà essere ridotta strutturalmente e ogni anno di 10 miliardi. Questa cifra andrà assolutamente trovata se si vorrà evitare la«clausola di salvaguardia» che fa scattare il taglio lineare delle agevolazioni fiscali, che comporta un aumento della pressione fiscale. Solo con tagli strutturali superiori ai 10 miliardi l’anno si potrà cominciare a ridurre la pressione fiscale (Irpef, Irap o altro).
DALLO SPREAD ALLE RENDITE
Il governo Letta contava di ricavare circa 3 miliardi dalla riduzione dei tassi d’interesse sul debito. La cifra è giusta perché il rendimento medio sui titoli di Stato è sceso nel 2013 al 2,1%, ma le risorse non sono immediatamente utilizzabili e bisogna cifrarle nel nuovo Def. Più efficace e ispirato a giustizia fiscale l’aumento delle rendite finanziarie dal 20 al 22-23%: si ricaveranno un paio di miliardi. Non si può nascondere, come si evidenzia anche nella maggioranza, che dal primo gennaio di quest’anno la mini-patrimoniale Monti, ovvero l’imposta proporzionale di bollo sui conti titoli, è salita al 2 per mille e darà già nel 2014 un gettito di 5 miliardi.
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