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La manovra muove 32 miliardi Istat: 38% delle imprese a rischio

La manovra d’estate muoverà risorse per 32 miliardi di euro. Il dato sul saldo netto da finanziare emerge dalla relazione governativa sul nuovo deficit che il Parlamento ha iniziato ieri a esaminare in vista del voto di domani. E come nelle due precedenti occasioni il dato sulla spesa effettiva iniziale è più alto rispetto al disavanzo aggiuntivo che il governo chiede al Parlamento, e che si ferma a 25 miliardi. La prima causa di questa forbice sono ancora una volta gli ammortizzatori sociali, protagonisti anche nel decreto d’agosto, che alimentano una spesa destinata parzialmente a tradursi poi in un’entrata, e quindi a ridurre il disavanzo, perché su cassa integrazione e Naspi si pagano tasse e contributi.

Il dato sul saldo netto da finanziare è però indicativo dello sforzo congiunturale imposto alla finanza pubblica dai provvedimenti che il governo ha dovuto mettere in campo per attutire i colpi della crisi sull’economia reale. I tecnici di Camera e Senato hanno messo in fila i numeri dei tre scostamenti decisi fin qui per fronteggiare gli effetti economici del Covid: 212 miliardi distribuiti fra marzo (25 miliardi), maggio (155) e, appunto, la manovra d’estate in arrivo (32). Ma, soprattutto, li hanno incrociati con i numeri dell’assestamento di bilancio, approvato dal consiglio dei ministri del 7 luglio. Nell’assestamento, spiega il dossier, il «deterioramento del quadro economico» costa 52,5 miliardi in termini di competenza e 51 sul terreno della cassa. Secondo i tecnici parlamentari questo porta a 392,3 miliardi il livello massimo del saldo netto da finanziare, che la legge di bilancio prima dell’emergenza sanitaria calcolava in 129 miliardi: i calcoli governativi si fermano poco sotto, a 384 miliardi.

Si tratta di numeri inevitabilmente inediti per la nostra finanza pubblica, come inedita per il Dopoguerra è la caduta del Pil prodotta dalla pandemia. L’impianto prospettato dal governo resta ancorato al -8% previsto ad aprile nel Def, perché le nuove stime ufficiali arriveranno solo a settembre con la Nota di aggiornamento.

Ma sul tema le incognite hanno dominato le audizioni di ieri (questa mattina sarà il turno del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri). L’Istat ha sottolineato i «molti dati positivi» su produzione industriale, fatturati e costruzioni nelle prime rilevazioni successive al lockdown, ma ha sottolineato «la forte incertezza» che rimane «su entità e tempi» della ripresa in un Paese che dall’inizio della pandemia ha perso mezzo milione di occupati nonostante la Cig universale e il divieto di licenziamenti, e nel quale il 38% delle imprese rischia seriamente di non arrivare in piedi alla fine dell’anno.

E se il Cnel, oltre a chiedere una riforma di ammortizzatori e Fisco, sollecita il ricorso al Mes per «superare l’emergenza», la Corte dei conti sottolinea che a luglio la media dei principali analisti riassunta nelle previsioni di consenso vede un crollo del Pil di 4 punti più ampio rispetto ad aprile, quando è stato costruito il Def, e un debito di 15 punti più alto. Va detto che il Def elaborato al Mef già all’epoca si era tenuto su una linea più prudente rispetto a molte previsioni, per cui le correzioni a cui sottoporre i numeri di primavera sarebbero più contenute. Ma per la Corte a settembre sarà inevitabile prevedere «un’ulteriore riduzione della crescita nominale probabilmente superiore a un punto percentuale».

Una prospettiva, quella indicata dalla Corte, in linea con l’analisi diffusa ieri da Fitch, che per il Pil italiano prevede un -9,5% quest’anno seguito da un +4,4% il prossimo. Dopo di che secondo l’agenzia di rating la dinamica si raffredderebbe presto sotto il 2%, anche perché la crescita potenziale resterebbe invariata.

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