Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

La mano delle banche sugli studi

di Gabriele Ventura 

La mano delle banche d'affari e delle multinazionali sugli studi professionali. Sono questi i «poteri forti» di cui hanno paura gli ordini, e che con la legge di stabilità possono aggredire senza più paletti il mercato delle professioni. Agevolati anche dal fatto che i professionisti, a loro volta, stanno già aprendo le porte agli investitori. Da un lato infatti, quello delle nuove società è un business a dieci zeri, con i servizi di ingegneria che rappresentano, da soli, un volume d'affari da più di 16 miliardi di euro l'anno, e la torta degli studi legali d'affari che invece ne vale due (la somma del fatturato dei primi cento studi con sede in Italia). Difficile pensare, quindi, che istituti di credito, multinazionali e singoli investitori (che possono agire in consorzio e tramite fondi di investimento) si lascino scappare quest'opportunità. Dall'altro, però, il socio di puro capitale fa il gioco anche dei professionisti, dato che l'investitore può dare un apporto finanziario che, soprattutto in questo momento di crisi, le tasche dei singoli partner o l'attività professionale da sola non può garantire. Permettendo così agli studi professionali, e legali in particolare, di competere a livello internazionale con le firm inglesi che sono veri e propri colossi di caratura mondiale. È lo scenario che emerge dalla ricognizione ItaliaOggi Sette, che ha passato in rassegna il mercato delle singole aree professionali per comprendere se e in che modo le previsioni inserite nella legge di stabilità possano rappresentare una minaccia o, viceversa, un'opportunità per i professionisti.

Avvocati e commercialisti. Ben rappresentativa del panorama di quegli studi professionali che potrebbero sviluppare legami a doppio filo con investitori non professionisti è Ls (Lexjus sinacta), realtà italiana e indipendente composta da oltre 150 avvocati e dottori commercialisti che operano in dieci sedi distribuite sul territorio. «Nella nostra attività», spiega Gianluca Santilli, socio, «l'apporto di capitali non può che rappresentare un'opportunità per competere con gli studi internazionali, che sono società a tutti gli effetti». «L'indipendenza del professionista», continua Santilli, «può essere messa in crisi se in un importante studio d'affari entrasse una banca, perché se poi lo studio dovesse assistere istituti di credito si troverebbe in evidente conflitto di interessi». «Il problema», conclude Santilli, «si può risolvere mettendo pochi paletti ma molto chiari per l'acquisizione di incarichi relativi a clienti che operino negli stessi settori dei soci di capitale. Inoltre, il socio deve avere un ruolo di minoranza e svolgere azioni differenti dai partner in modo tale che non possano in alcun modo ingerire sull'attività». Critica, invece, la posizione del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, che da un lato ha sempre spinto per l'adozione di società professionali, formulando anche una precisa proposta avallata dal Cup, ma dall'altro ritiene che la previsioni della legge di stabilità mettano a serio rischio l'indipendenza dei professionisti. «Il legislatore è andato troppo oltre», afferma Andrea Bonechi, consigliere del Cndcec con delega alla riforma delle professioni, «concependo un tipo di società che non rispetta la peculiarità delle professioni, ovvero che il profitto sia ripartito solo in base al lavoro e non al capitale conferito». «Detto questo», continua Bonechi, «il socio di capitale opportunamente delimitato è una risorsa per gli studi che intendono investire in strutture più ampie». Quanto agli studi professionali dei commercialisti, oggi le strutture individuali sono ben il 72,7%, mentre gli associati, che potrebbero quindi sfruttare la nuova normativa, il 23,7%. «L'aggregazione è comunque in crescita soprattutto tra i nuovi iscritti», specifica Bonechi, «oggi, vista la complessità dell'attività professionale, non è più pensabile aprire uno studio singolo».

I consulenti del lavoro. Per quanto riguarda i consulenti del lavoro, la maggior parte degli studi diffusi sul territorio sono monoprofessionali, ma si stanno diffondendo anche quelli interprofessionali. «I protagonisti di questo cambiamento», afferma Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale, «sono soprattutto i giovani che, per competere al meglio, uniscono le forze intellettuali, di conoscenza e il capitale finanziario per costituire studi interprofessionali e poter offrire al pacchetto clienti una prestazione professionale adeguata nei vari campi di competenza». Quanto alle società professionali, invece, «le professioni non sono ideologicamente ostili alle società», puntualizza Calderone, «ma un modello societario che prevede soci non professionisti per le funzioni tecniche o soci di investimento che potrebbero detenere anche la maggioranza del capitale sociale snatura la funzione professionale per privilegiare solo le logiche di mercato, sottraendo garanzie ai cittadini».

L'area tecnica. Tra le professioni tecniche, invece, le società di capitale non sono una novità: ci sono dal 1994 e oggi, secondo i dati della Camera di commercio, le srl e spa dell'area tecnica sono otto mila. Proprio grazie a questo modello organizzativo, su alcuni ambiti come i bandi pubblici «le società di ingegneria la fanno da padrone, mentre i singoli professionisti sono ai margini», spiega Massimiliano Pittau, direttore del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Come prevedevano alcuni un mese fa, allo spuntare della lista di Bluebell per il cda di Mediobanca, ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Google entra nel mirino dell’Autorità antitrust italiana che, prima in Europa, ieri ha aperto un ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Le imprese e i committenti non saranno lasciati soli. Anche a chiarire la posizione di alcuni player...

Oggi sulla stampa