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La mannaia di Rajoy sui conti spagnoli

MADRID — Il governo spagnolo ha scritto ieri un progetto di Legge Finanziaria per il 2013 con animo ottimista. Ci sono tagli e sacrifici dolorosi, certo. Contando anche tasse e risparmi già decisi nella manovra di luglio si arriva a quasi 40 miliardi di dieta per il bilancio pubblico. Un record per le Finanziarie spagnole, ma comunque un azzardo considerando lo stato dell’economia iberica. Per fermarsi a quella cifra il governo ha dovuto prevedere che la recessione del 2013 si fermi allo 0,5% del Pil invece che all’1,2 come calcola il Fmi o all’1,4 di Standard&Poor’s o all’1,6 della Confindustria locale. Ha dovuto immaginare che la disoccupazione scenda al 24% invece di aumentare al 26% come dicono i sindacati. Ha dato infine per scontato che il primo gennaio 2013 la Spagna abbia già ridotto il deficit al promesso 6,3% e che debba quindi scendere di «soli» due punti per raggiungere il 4,5 entro fine 2013. Eppure il mese scorso il deficit dell’amministrazione centrale era già più alto di quanto dovrebbe essere la notte di Capodanno. Tre scommesse. Tutte e tre azzardate.
La sensazione è che il governo di centro destra abbia guardato più al consenso sociale in evaporazione che alla freddezza dei numeri. L’11 settembre l’oceanico corteo di Barcellona ha dato il via ad un processo per l’indipendenza della Catalogna dagli esiti imprevedibili, la settimana dopo la manifestazione dei sindacati ha chiesto un referendum sulla politica d’austerità, tre giorni fa l’assedio (più o meno simbolico) al Congresso dei movimenti anti-politica, fra un mese alcune elezioni regionali che potrebbero decretare il crollo del partito di governo. Evitare di somministrare un’ennesima medicina zeppa di controindicazioni è normale istinto di sopravvivenza politica. La Finanziaria ha però nascosto tra le righe anche l’antidoto al virus dell’azzardo: il salvataggio europeo. L’acquisto di Bonos da parte della Bce potrebbe sanare d’incanto i conti e le previsioni ottimistiche diventare improvvisamente sostenibili. Basta solo che Madrid lo chieda. A metterci la faccia sono stati la vice presidente del governo Soraya Saenz de Santamaria e i ministri delle Finanze e dell’Economia, Cristobal Montoro e Luis de Guindos. Visibile l’assenza del premier Mariano Rajoy. Il tetto di spesa nazionale (Stato centrale più Regioni) è fissato a 169 miliardi. Per effetto dello spread, hanno spiegato i tre, aumenteranno i costi per la copertura del debito. Gli interessi salgono a quota 38,6 miliardi con un più 33%.
L’aumento è oltre il doppio di quanto riusciranno a risparmiare i ministeri. Gli investimenti infrastrutturali verranno praticamente fermati. Dimagriscono di un ulteriore 12,2% i bilanci dei ministeri. Il governo può vantare che tra meno spese o più tasse prevale la prima (58 contro 42 per cento). Quali imposte, poi? Una tassa del 20% sulle grandi vincite della Lotteria. Forse una delle meno impopolari che si possano immaginare. Le altre, l’Iva, l’Irpef, l’imposta sulle società, i capital gain o la casa, erano già state aumentate in dicembre e luglio nelle due manovre precedenti da 27 e 65 miliardi.
Si è anche cercato di inserire qua e là bocconcini gradevoli come un aumento delle Borse di studio. Previsto persino un incentivo alla rottamazione in caso di acquisto di vetture ecologiche: 2 mila euro supportati a metà da Stato e Case automobilistiche. Il taglio ai costi ministeriali si ottiene più rinunciando a spese che al personale. Il dicastero della Cultura è il più penalizzato (meno 30%), ma la sega elettrica si accanisce su musei come il Prado frequentati da turisti che notoriamente non votano.
Aumenteranno dell’1% gli assegni dei pensionati, bacino elettorale molto coltivato dal premier Rajoy. Ufficiale soddisfazione in Europa soprattutto per le riforme annunciate in 43 nuove leggi che, tra le altre cose, alzeranno l’età pensionabile (reale) e creeranno un’autorità fiscale indipendente che controlli i conti delle Regioni.

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