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La malagiustizia è dietro l’angolo

La media-conciliazione fa flop e il nuovo concordato «in bianco» manda i tribunali in tilt. Le riforme non sempre ottengono il risultato sperato e la mala giustizia è dietro l’angolo. Se la breve storia della legislazione sulla media-conciliazione ha subito un brusco stop per effetto della sentenza della Consulta che ne ha bocciato l’obbligatorietà, il concordato che doveva contribuire a una soluzione della crisi delle imprese, cercando di salvare dalla prospettiva del fallimento, ha finito per intasare le aule giudiziarie e le cancellerie, rinviando il fallimento di qualche mese e premiando l’imprenditore furbetto.

Alla prova dei fatti si assiste, ancora una volta, a giustizia che non funziona.

Vediamo perché.

Conciliazione

La riforma della conciliazione doveva essere l’asse portante di una costruzione complessa e ambiziosa di ristrutturazione della giustizia civile, snellita nei volumi del contenzioso, gestiti con uno strumento nuovo ed efficace, affidato a organismi di conciliazione professionali e diffusi sul territorio.

Il problema della conciliazione in Italia è rappresentato dall’alta propensione individuale al litigio, neutralizzato, nel disegno originario, con l’obbligo normativo di sedersi a un tavolo a cercare una soluzione concordata.

Attorno a questa idea sono state create istituzioni pubbliche e private deputate a gestire da un lato il procedimento di conciliazione e dall’altro a costruire le organizzazioni e a formare i conciliatori. Questo, tra l’altro, con l’opposizione della classe forense, che metteva in evidenza l’incostituzionalità della disciplina.

Nei 20 mesi di operatività (marzo 2010-ottobre 2012) sono state aperte circa 210 mila mediazioni, con una percentuale del 48% di accordi raggiunti, quando le parti si sono presentate. Le statistiche registrano però che solo nel 31% dei casi in cui era obbligatoria la mediazione, le parti si sono presentate.

Tutto è stato frenato da una sentenza della Corte costituzionale, che ha riscontrato un vizio di legittimità nella normativa (un decreto legislativo che è andato al di là della delega legislativa).

Sta di fatto che, non essendoci attualmente un obbligo di rivolgersi all’organismo di mediazione, la via principale per la gestione del contenzioso è rappresentata dai tribunali, alle prese con i loro problemi (lentezza, carenza di strutture e di organico).

Se, infatti, si tenta la strada della convocazione davanti all’organismo di conciliazione la percentuale delle mancate comparizioni è altissima, quasi la regola.

Di fatto le conciliazioni che riescono sono quelle preparate e gestite dagli avvocati delle parti, senza passare da alcun organismo. La normativa sarà sicuramente riproposta, anche se lo schema dell’obbligatorietà dovrebbe cedere il passo a quello dei benefici e degli incentivi.

Per il vero anche la normativa attuale prometteva detrazioni fiscali, anche senza garanzia. L’attesa è per un miglioramento dello strumento, sia con l’individuazione certa dei benefici conseguibili sia sotto il profilo delle controversie interessate.

Il concordato in bianco

Tra le novità legislative tese a combattere gli effetti della crisi economica si colloca il cosiddetto concordato in bianco.

Con il concordato le imprese in crisi cercano di evitare il fallimento, trovando un accordo per pagare i propri debiti, con una decurtazione, e all’interno di un progetto di risanamento. L’impresa è in momentanea crisi, ma può riprendersi e sotto la vigilanza del tribunale va avanti, concordando il rientro con i creditori, chiamati ad approvare il progetto. Grazie a una recente novità, le istanze di concordato si possono presentare senza documentazione a supporto. Per integrare la documentazione necessaria la legge accorda un termine successivo tra 60 e 120 giorni. La conseguenza immediata: tutti i tribunali hanno subito un’impennata delle istanze (si veda ItaliaOggi Sette del 18 marzo 2013).

La presentazione in bianco consente alle imprese, comunque, di guadagnare tempo, in attesa di eventi che possano sbloccare la situazione. Alcune volte si tratta solo dell’allungamento dell’agonia aziendale, con la conseguenza indotta dell’ingolfamento dei tribunali e, a volte, con il rischio di una vera e propria paralisi degli stessi.

Chiaro lo sviamento dell’istituto: anziché favorire la ripresa dell’attività imprenditoriale, siamo di fronte alla strumentalizzazione di una procedura giudiziaria per tacitare per qualche mese i creditori, in maniera del tutto slegata dall’obiettivo della legge.

Come hanno messo in evidenza alcune associazioni di categoria (come Confedilizia) il deposito della domanda «in bianco» produce effetti positivi immediati per il debitore (fra cui il divieto, per i creditori, di porre in essere azioni esecutive e cautelari): un imprenditore in mala fede può presentare domanda di concordato preventivo, pur sapendo di non avere prospettive di accedere a questa procedura solo per godere degli effetti previsti dalla legge, a discapito delle ragioni creditorie.

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